A te

A TE di Jovanotti

E’ pensiero comune che le canzoni d’amore, se sono belle, sono tutte un po’ esasperate.
Ed è vero e sarebbe sbagliato se non fosse che tutta la vita, quella vissuta veramente e non solo vista passare da una finestra, lo è.
L’amore poi, essendo il sentimento predominante, anche a detta di nostro Signore, non può far altro che amplificare ogni sensazione.
Così siamo di nuovo insieme a Jovanotti a raccontare l’emozione che ci provoca l’incontro con la persona amata e la consapevolezza dell’incondizionato valore che ha assunto nella nostra vita.

                                   A te che sei l’unica al mondo
                                   L’unica ragione per arrivare fino in fondo
                                   Ad ogni mio respiro
                                   Quando ti guardo
                                   Dopo un giorno pieno di parole
                                   Senza che tu mi dica niente
                                   Tutto si fa chiaro.

Che l’altro dia senso al nostro esistere già lo abbiamo riscontrato in tante licenze poetiche, ma non possiamo relegare questo fatto a una forzatura romantica.
Succede proprio così e con quella persona specifica. Altrimenti non varrebbe la pena di sprecare tante parole, né tante fatiche per costruire la relazione che ci costituisce come persone.
Eppure in questo testo troviamo un passo avanti, un concetto che non dovremmo mai perdere di vista una volta che l’abbiamo riconosciuto

                                   A te che mi hai trovato
                                   All’angolo coi pugni chiusi
                                   Con le mie spalle contro il muro
                                   Pronto a difendermi
                                   Con gli occhi bassi
                                   Stavo in fila
                                   Con i disillusi
                                   Tu mi hai raccolto come un gatto
                                   E mi hai portato con te.

Tutto sta qui. Eravamo come perduti e abbiamo trovato un’ancora di salvezza, una boa in mezzo al mare, un punto fermo con cui ci siamo potuti sollevare fino a rimetterci in piedi.
Oggi l’idea della “salvezza” è molto di moda. Non c’è reality che non contenga, previo telefoto, la possibilità di salvare i concorrenti o di eliminarli lasciandoli cadere così nell’ombra della dimenticanza.
Naturalmente nessuno si augura di incorrere in questa dis-grazia, ma si spera sempre di essere salvato dalla bontà altrui.
L’incontro con la persona amata rappresenta, senza voler nulla togliere alla redenzione divina che è l’unica salvezza assoluta a cui l’essere umano si può ragionevolmente affidare, la possibilità che ognuno di noi sperimenta di essere tolto da una condizione di solitudine e di tristezza per poter imparare la condivisione.
Come un gatto abbandonato in un vicolo siamo raccolti, nutriti, accarezzati con dolcezza, riceviamo la promessa di un accadimento duraturo, come solo il calore di una famiglia può farci intuire.
La debolezza che senza l’altro abbiamo sperimentato è una realtà che non va dimenticata mai più, perché tutto d’un tratto non ci sentiamo autonomi e indipendenti, capaci di fare senza, di essere al di sopra della relazione d’amore che ci definisce.
Non bisogna trascurare però che questo vale reciprocamente.

                                   A te che io
                                   Ti ho visto piangere nella mia mano
                                   Fragile che potevo ucciderti
                                   Stringendoti un po’
                                   E poi ti ho visto
                                   Con la forza di un aeroplano
                                   Prendere in mano la tua vita
                                   E trascinarla in salvo

Non solo noi siamo fragili. Non ci può essere uno dei due che è forte e l’altro che è debole.
Per lo meno la relazione di coppia non funziona così, ma si basa sull’equilibrio dell’energie donate e ricevute affinché ognuno trovi quel sostegno necessario ad essere se stesso nel migliore dei modi.
In fondo la posta in gioco è sempre la stessa: cogliere il senso di ciò che si vive, avere le forze per poterlo fare al meglio, gestire la paura e saperla trasformare nel coraggio necessario a vivere.
E con c’è nessuno se non il nostro amore che ci può essere maestro in questo perché conosce le pieghe più profonde del nostro animo.

                                   A te io canto una canzone
                                   Perché non ho altro
                                   Niente di meglio da offrirti
                                   Di tutto quello che ho.

E’ chiaro che nella consapevolezza del dono che l’altro è tutto per noi, per quello che riesce a darci e per come ha modificato la nostra vita (e ognuno che viva sinceramente una relazione d’amore lo può dire) la gratitudine è il sentimento più forte che sentiamo nel cuore.
Jovanotti è un cantautore e alla sua donna regala una canzone.
E noi? Come possiamo contraccambiare tutto il bene da cui siamo circondati?
Ognuno faccia del suo meglio e doni quello che può. L’importante è che sappia di essere in debito.
Troppo spesso ci sentiamo in diritto di essere amato e quello che riceviamo ci sembra il minimo che ci spetta.
Così, quando ci venisse a mancare anche solo in parte, invece che chiederci con umiltà se da parte nostra sia stato fatto qualche errore che ha portato lontano l’affetto del nostro partner, ci poniamo in un atteggiamento di pretesa che troppo spesso sfocia nell’aggressività.
L’amore non è la miglior cosa che ci sia successa, ma una routine che ci mantiene in uno stato di benessere anche ridottissimo che non vogliamo perdere.
Invece le cose non stanno così: o l’amore è straripante e pieno di entusiasmo o non c’è proprio.
L’amore è:

                                   l’unico amore che vorrei
                                   sostanza dei giorni miei
                                   sostanza dei sogni miei

oppure è semplicemente qualcosa di cui ci si serve per cavarsela ogni giorno, che non vale un granché, ma che è meglio di niente.
E’ invece così destinato a diradarsi fino a che il niente, se ci va bene, è l’unica cosa che ci può restare.

 

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