Animali in gabbia

Il loro atteggiamento nei confronti degli animali in genere era sempre stato molto contrastante: piuttosto distaccato, ma sereno, quello di lui, più tenero, ma anche più conflittuale, quello di lei.

“Prendiamo una bella gabbietta con un canarino che canta” disse lui un giorno allegramente “Lo mettiamo nel mio studio, vicino alla finestra, così vede il cielo e mentre lavoro lo sento cantare.”
Lei era indignata.
“Come si può chiudere in una gabbia un uccello destinato a volare, per il gusto di sentirlo cantare, magari di disperazione! Non è giusto, non è bello, io non sono d’accordo.”
Ma lui non cambiò opinione.
Alla fine tornò a casa con una bella gabbietta azzurra, a forma di pagoda e dentro, svolazzante e un po’ impaurito, c’era un canarino color zafferano.
Per cantare cantava.
Lui, all’inizio, gli puliva regolarmente la gabbia e se ne compiaceva molto.
Poi pensarono che era troppo solo e gli procurarono una compagna, e le cose si complicarono.
Venne la covata, vennero i piccoli.
Lei, che era stata contraria, ora era molto attenta alle loro vicende e si preoccupava.
“Vedi” diceva “che ogni tanto si litigano. Non hanno spazio sufficiente, la gabbia è troppo piccola.”
“Bene”decise lui “allora facciamola più grande!”
Così partì il progetto voliera.
Con l’aiuto di un falegname amico ne costruì una grande come un armadio, con le ruote per poterla spostare, e, dentro, ci mise anche un piccolo albero che con i suoi rami servisse da posatoio ai volatili.
Lì potevano volare in senso verticale, orizzontale ed obliquo, prima di andare a sbattere contro la rete.
Non sembravano molto felici della nuova casa i canarini, anzi, piuttosto disorientati, ma era solo l’inizio.
C’era tanto posto, allora si aggiunsero altri inquilini: una coppia di diamantini con il becco arancione, che quasi scomparivano nell’insieme, una cocorita azzurra, che gracchiava standosene altezzosa in disparte…
E poi perché non permettersi un usignolo? Un vero usignolo, che ci facesse sentire il suo nobile canto senza bisogno di andarlo ad ascoltare nei boschi?
Venne l’usignolo: era molto insignificante di piumaggio, ma aveva il becco sottile e occhi vivacissimi e scuri, come degli spilli.
Gli vollero subito bene, ma non ebbero mai la gioia di sentire la sua voce.
Ma la tragedia venne dopo.
Che cosa c’è di più tenero delle tortore, dall’impeccabile manto e dal malinconico tubare?
A lui erano sempre piaciute.
Ne portò a casa una e la sistemò dolcemente nella grande voliera.
Un po’ di scompiglio all’inizio era prevedibile, per ogni cosa ci vuole un periodo di adattamento, ma poi….quando l’ambiente sembrava tornato alla normalità e tutto era stranamente tranquillo…la voliera improvvisamente, non si sa come, si trasformò
in un campo di battaglia.
Trovarono i piccoli volatili sparpagliati qua e là, aggrappati e palpitanti vicino alla rete, e il povero usignolo steso sul fondo della gabbia, colpito alla testa da una beccata precisa della tortora, che si era scagliata su di lui con la furia di un rapace.
Fu la fine di una illusione, quella di far vivere insieme, in ambiente protetto, animali diversi sotto lo sguardo benevolo dell’uomo.
Lui si confermò nell’idea che una bella gabbietta, ben curata, per un cantore solitario, era la cosa migliore.
Lei si convinse sempre più che gli uccelli dovevano sfrecciare liberamente nel cielo, vivere e cantare nel loro ambiente naturale, ciascuno secondo la sua specie.
Più tardi, però, provarono a fare un altro esperimento, che poteva sembrare un compromesso tra le due posizioni..
Avevano sentito dire che i colombi, nati e cresciuti in cattività, una volta lasciati liberi, tornavano al loro luogo di origine e vi vivevano felici, specialmente se vi trovavano abbondanza di cibo e dove nidificare.
Benissimo!  La voliera si spostò in collina e lì, con tutto l’apparato necessario, vi allevarono una splendida coppia di pavoncelle.
Bianche,con la coda a ventaglio e le movenze aggraziate, si movevano fiduciose e serene nella grande gabbia, senza altri pensieri.
Ma non erano destinate a rimanere sempre lì, erano uccelli e non galline, dovevano dispiegare le loro ali bianche,volare libere nell’aria per la gioia di chi le aveva allevate.
Nel giorno stabilito, aperta con grande trepidazione la gabbia, le videro infatti volare via, prima goffamente, poi più sicure e posarsi sugli alberi vicini.
Tornarono? No, non tornarono affatto al loro nido.
Qualche volta, nel grande cielo sulle loro teste, parve loro di veder passare qualche ala bianca, ma non erano certi che fossero loro.
Chissà dove erano finite e se avevano trovato il loro habitat!

“Sai? Ho visto le nostre pavoncelle.” Le disse lui un giorno un po’ ironico e un po’ amareggiato.
“Davvero? Dove?”
“Sul balcone del nostro vicino. Se ne stanno appollaiate e tranquille sulla ringhiera, come fossero a casa loro.
Glielo diciamo, al vicino, che sono le nostre?”
“No, non sono le nostre, sono libere, se stanno bene così lasciamole stare.”
Convennero, alla fine, che era uno strano desiderio quello degli uomini di possedere la terra, le cose, gli animali, perfino le persone…come se tutto non fosse già stato donato loro in abbondanza, come se a tutti non fosse permesso gratuitamente di sentire il canto di un usignolo nel bosco o di vedere il volo di una bianca colomba nel cielo.

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