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Il Matrimonio

Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

A mia moglie

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.

“Se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa.”
È così che Saba si esprime riferendosi a questo componimento del 1911, dedicato alla moglie Lina, con la quale ebbe sempre un legame profondo.

Tutto il componimento è pervaso da un sentimento di intensa tenerezza e dolcezza, accentuate entrambe da un tono apparentemente ingenuo, quasi infantile: il poeta guarda al mondo della natura con occhi semplici, avvertendo in essa le migliori qualità e la condizione di maggiore vicinanza a Dio.

Ho sceso

“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue. ” (Eugenio Montale)

Questa nuova rubrica che abbiamo pensato per avere lo spunto di commentare parole d’amore, questa volta in poesia, la vogliamo inaugurare con un percorso dinamico, che descrive il rapporto tra due persone attraverso una simbolica molto interessante.

Il poeta in poche frasi ci racconta il suo amore per la moglie e come la loro vita si è sviluppata nella fiducia e nell’aver cura l’uno dell’altro.
Non sono stati, questi due sposi, come accade soltanto nelle favole, a guardarsi negli occhi sprizzando cuoricini, ma si sono presi sotto braccio e si sono incamminati sui sentieri che la loro esistenza ha riservato per loro.
L’uomo, in questo caso, ha assolto il suo compito di protezione e di sostegno della sua donna, che in questo caso si trovava in uno stato di difficoltà che il poeta esplicita solo alla fine, parlando dei suoi occhi malati, che le impedivano di vedere. Ma anche la donna non è venuta meno a sostenere la sua scelta d’amore, perché anche se le sue pupille erano offuscate, il suo sposo sentiva con chiarezza che senza di lei avrebbe avuto molte più difficoltà a trovare la strada giusta.
Infatti ora che è rimasto solo e che il racconto del loro amore sfuma nel ricordo, Montale ricorda un gesto banale e quotidiano come scendere le scale (cosa che per una persona non vedente è particolarmente ostico), e la dolcezza che li accompagnava quando si tenevano vicini in quest’occasione, preso a simbolo per riassumere in essa molte emozioni più sublimi.

Quando viene a mancare una delle due persone che compongono una coppia, sia per i motivi più diversi, come può essere una separazione momentanea, data da cause contingenti, affettiva, per uno strappo subito dall’amore, o più duratura, perché una delle due ha già intrapreso il suo viaggio verso l’Eterno, ogni cosa, anche la più piccola, che si è fatta insieme, nel compierla nuovamente lascia, soprattutto all’inizio una sensazione di amarezza e di spaesamento.

Esattamente come è capitata al poeta in questione che infatti sente “il vuoto ad ogni gradino”, come se il suo piede, invece che trovare la sicurezza del suolo, abbia la percezione, ogni volta, di precipitare, a causa di un’assenza spirituale che si trasforma in una incapacità pratica di compiere alcun gesto.
Questo ci conferma come non esista veramente, per l’essere umano, una separazione netta tra ciò che è concreto e tangibile, con tutto il mondo emozionale e invisibile, perché entrambe le dimensioni formano la nostra appartenenza totale alla vita.

In questa poesia, dunque, troviamo tanti spunti per riflettere su pilastri fondamentali della nostra esistenza: l’amore e il suo rapporto con tempo; la fiducia, che costruisce la vera unione della coppia; la forza d’animo per chi deve continuare a percepire questa relazione anche quando una parte non sia più tangibile, ma non per questo meno reale.
E’ una poesia che di primo acchito pare triste e certo lo è perché il poeta si sente come avvilito dal vuoto che la dipartita della persona amata gli ha lasciato, tanto che non sembra più capace di compiere qualunque atto quotidiano senza rimpiangerla.

Ma se cerchiamo di andare oltre alla patina di nostalgia in cui è racchiuso il nucleo del suo significato, possiamo vedere l’anima bella di questa donna, che nella vita ha sofferto ed ha dovuto lasciarsi sorreggere dal marito per paura che i suoi occhi la tradissero e potesse farsi del male, che ora, come un faro nell’oscurità, ha una visione luminosa e sa guidare il suo uomo a capire la verità del loro amore e della vita intera.

Montale lo riconosce, già su questa terra lei lo guidava, anche se malferma nei suoi spostamenti concreti, nei percorsi spirituali che ogni azione quotidiana ha in sé, anche se nascosti nella banalità.
A maggior ragione ora può farlo e se il poeta deciderà, sì perché questo è un atto di volontà che nessuno può fare al nostro posto, di non cadere nel tranello dell’angoscia e di scacciare la tentazione di sentirsi abbandonato, la sua donna lo prenderà per mano e lo condurrà, poi tempi possibili e i passi necessari, a ripercorrere il loro amore come luce che saprà rendere bello e visibile lo sguardo di Dio sulla loro vita passata e futura.

Ci saranno molte scale ancora da scendere e salire insieme, sorretti dagli angeli che impediranno loro di inciampare.
Questa immagine richiama subito la scala d’oro di Giacobbe, il simbolo grande del cielo aperto per un uomo stanco e triste, spaventato e timoroso per la sua stessa vita, senza più patria e senza amore, come si può sentire solo chi ha perso la propria compagna.
Eppure proprio in quel momento, nel momento della solitudine triste, basta avere uno sprazzo di fiducia perché il cielo si apra e Dio mandi i suoi messaggeri di pace e di sicurezza.

Chissà se Montale avrà provato almeno in qualche istante questa sensazione di recupero di un’unità che la morte non può cancellare, se non apparentemente? Non sappiamo, perché questo fa parte del mistero dell’animo umano.

Ma possiamo ribadire, facendoci guidare dalla parola che Dio ci sussurra all’orecchio quando siamo nel dolore e quando perdiamo le speranze, che siamo sicuri che neppure una goccia dell’amore, di cui noi uomini miseramente siamo capaci, andrà perduta. E che la ritroveremo, ingigantita dal lievito dell’amore divino, resa brillante da tutte le sue opacità.

Non è il caso quindi di indugiare nelle tristezze. Concentriamoci piuttosto nella bellezza del bene, che il dolore, come una cartina di tornasole, serve soltanto a farci notare, più forte, più grande.