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L’amore e il dono

Nella nostra società, dominata dall’economia, tutta volta a realizzare il massimo come guadagno e come successo personale, è grande la meraviglia se ci fermiamo a contemplare la gratuità dell’amore sponsale e la sua caratteristica fondamentale di dono.
Non si può fare a meno di riconoscere in esso una misteriosa origine divina.
Certo Dio ha amato gratuitamente gli uomini e li ha tanto amati da concedere loro di sperimentare, di vivere e  realizzare in modo libero e personale le stesse caratteristiche del suo amore.
Anche se ricoperta dalle scorie e dalle tenebre dell’egoismo, brilla pur sempre nell’uomo la capacità intrinseca e il desiderio di farsi dono per gli altri e, in forma particolarissima, per l’ “altro”, per antonomasia, colui che si rivela come l’altra parte di sé.
Quando accade l’incontro e i due si riconoscono come protagonisti di un’unica storia, è come se dentro di loro si liberasse questa forza oblativa che chiede solo di potersi espandere in pienezza.
E’ una novità che riempie di gioia e illumina ogni vero rapporto di amore.
Sono note le sue manifestazioni più comuni: i regali che si scambiano gli innamorati, per rimanere negli aspetti più visibili, ma non per questo meno significativi, perché rimandano a una volontà di donazione più profonda che cerca mille modi per esprimersi.
Ci sono poi le forme più sublimi e spesso drammatiche che arrivano al sacrificio di sé per l’altro, esempi resi famosi dalla letteratura di tutti i tempi, ma che non sono che l’apice di una disposizione di fondo che non ha potenzialmente limiti.
Lo sposo e la sposa si sentono infatti spontaneamente “dono” uno per ‘altro e, una volta entrati in questa dimensione, possono diffonderla intorno a sé, impregnandone il mondo.
Che cosa sono infatti i figli se non il frutto più visibile e concreto del dono dei loro genitori, a dispetto delle storture e della negatività di tante situazioni sociali?
E che cosa non sono pronti a donare i genitori ai figli, non appena se ne presenti il bisogno  o semplicemente l’occasione?
La trama delle donazioni è qui così fitta che corrisponde in definitiva a quella dell’intera vita.
Questo è il carisma della coppia, fatto di una ripetizione “naturale” di gesti oblativi, che si estende nell’ambito della famiglia e poi a quello dei parenti e degli amici e, in definitiva, nei rapporti con tutta la società che le ruota attorno.
Ciò indica che è possibile guardarsi intorno con uno sguardo di amore, ricercando il bene dell’altro per un bisogno di espansione del cuore e ritrovando quella dimensione positiva di condivisione, così tristemente negata dalla filosofia e dalla prassi mondana.
Si realizza così la verità di quella massima di Cristo, l’unica non riportata dagli evangelisti, ma da San Paolo, che dice: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Non si tratta di un’utopia , ma di una magnifica realtà da meditare e da diffondere, perché rivela l’esigenza del cuore umano di farsi dono.

L’amore e il “Nexus Amoris”

Oggi che la Chiesa è ulteriormente e sensibilizzata e maturata nella comprensione del mistero trinitario, come “Ecclesia de Trinitate”, possiamo capire meglio anche la dimensione mistica e trinitaria di quella particolare forma di comunità religiosa che ci è data dalla coppia cristiana.

Essa attinge infatti la profondità del proprio essere dalla Comunità trinitaria partecipata mediante il suo innesto in Cristo, nella docilità allo Spirito Santo.

Seguendo le indicazioni del Concilio, in questi anni, vi è stato il tentativo di una rilettura dell’intero progetto di vita religiosa a partire dal mistero trinitario, che fa intravedere in questo nuovo orizzonte prospettive feconde di comunione e di missione.

Sappiamo che nella tradizione latina lo Spirito è visto, con San Bonaventura, come “nexus amoris”, il legame d’amore tra il Padre e il Figlio e, nel Figlio, tra le creature e il Padre.

Egli, venendo, porta in dono l’amore, consentendo così la comunione.

Noi dobbiamo riprodurre, dice San Tommaso, quell’unità che esiste in Dio, quindi non basta che abbiamo, mediante la grazia, la medesima vita divina, la quale ci rende partecipi della natura di Dio, ma occorre essere uniti con Dio e fra noi mediante l’Amore personale che è lo Spirito Santo.

Ecco allora che la comunità formata dalla coppia religiosa entra nel circuito della stessa relazione di agape che lega il Padre e il Figlio.

Animata dallo Spirito essa è unificata come tempio vivo spirituale e gli sposi, nel mistero della loro unità, diventano luogo sacro, luogo unico per il Signore.

Lo Spirito, che è sempre nuovo, porta  in dono la propria creatività, impedendo loro, di fossilizzarsi nell’abitudine e di chiudersi in una soddisfazione egoistica, ma  dilata il loro cuore aprendolo agli altri per comunicare, come coppia, il propria amore a chi li circonda, coinvolgendoli nel processo di unificazione in cui essa stessa è stata coinvolta dallo Spirito.

 

Il tuo cuore e una canonica

“Il tuo cuore e una capanna” si diceva romanticamente un tempo, ora non usa più, però, stranamente c’è chi ha potuto dire, con realismo ed idealismo insieme: “il tuo cuore e una canonica”!

Stiamo parlando di una bella esperienza presentata il mese scorso dalla trasmissione televisiva del sabato “A sua immagine”

Vi comparivano due sposi, Michela e Renato, che erano partiti con un particolare progetto di vita.

“Ci sarebbe piaciuto – dicono – vivere in comunità, essere insieme con altre famiglie per condividere un percorso di fede, un cammino con famiglie magari più grandi di noi dalle quali potevamo imparare.

Ne parlammo con l’Arcivescovo di Firenze, Cardinal Silvano Piovanelli, che ci chiese se eravamo disposti ad andare a vivere a Santa Lucia,a Trespiano, dove era morto da poco il parroco.”

Risposero di sì, si stabilirono nella canonica sopra la chiesa e…vissero felici e contenti? 

Pare di sì, perché gestirono con passione, per quanto era nelle loro competenze, la parrocchia senza parroco,occupandosi delle attività parrocchiali e della chiesa, rimasta disponibile per gli interventi essenziali del sacerdote e per la preghiera dei fedeli.

“Noi abitiamo al primo piano” scriveva uno dei loro tre figli nel tema svolto a scuola sulla loro abitazione“perché al piano terreno ci abita il Signore”.

 Ci sembra una abitazione invidiabile e un’esperienza raccomandabile, nel contesto di una società che  ha bisogno più che mai di scoprire e valorizzare le grandi risorse della coppia cristiana.

 

L’amore e l’ “Ordo coniugalis”

In ogni epoca lo Spirito Santo ha manifestato la sua presenza nella Chiesa facendo nascere esperienze nuove che rispondano alle esigenze proprie di un momento particolare della sua storia, pur rimanendo radicate nella continuità della tradizione cristiana.

L’evolversi delle conoscenze in campo sessuologico e la nuova visione del rapporto di coppia, che si è ampiamente registrato nel nostro tempo, mentre da un lato le apre nuovi orizzonti, dall’altro la mette chiaramente in crisi, che può essere una crisi di crescita oppure di disfacimento.

E’ evidente la necessità di rifondare l’istituzione matrimoniale, per salvarla dall’indebolimento e dalla sofferenza di cui dà così fortemente segno.

Nasce da qui il richiamo ad una riscoperta del suo valore ontologico da mettere in luce e da usare come lampada che illumina i nostri passi sulla via della salvezza.

Così la coppia autenticamente cristiana vuole scoprire e godere del tesoro nascosto nel suo campo, ma questo campo va dissodato, va curato con costanza e competenza, perché non ne vadano perduti i frutti.

Raccogliere gli sposi cristiani che si sentono chiamati in un ordine religioso proprio ( l’ordo coniugalis ) permetterebbe di far scoprire e fruttare tutte le grazie insite nel matrimonio, che ripete in forma umana l’amore trinitario di Dio.

I diversi gruppi di spiritualità coniugale, che sorgono così numerosi, sono il segno di un bisogno di attivare il potenziale salvifico del matrimonio che rischia di disperdersi, lasciato solo alla buona volontà e agli imprevisti della storia di ogni coppia.

Un ordine religioso coniugale, riconosciuto nel cuore della Chiesa con il suo specifico carisma, dovrebbe garantire alla coppia la continuità e lo sviluppo di una ricerca di perfezione rispondente alla sua vocazione.

Si obietta che il sacramento del matrimonio già di per sé dà agli sposi di buona volontà la grazia necessaria al loro stato, come se si volesse fare un doppione del matrimonio, ma come è ammesso che un cristiano adulto non si accontenti dei sacramenti che già lo caratterizzano come tale e cerchi di realizzare la sua spiritualità in un ordine religioso particolare, così anche la coppia deve poter chiedere alla Chiesa un accompagnamento nel suo difficile cammino di santità.

I tre voti classici di povertà , castità e obbedienza, rivissuti in modo sponsale e non più solo celibatario come è stato finora, dovrebbero permettere agli sposi, per i quali già ora si parla di una “quasi consacrazione” di accedere ad un vero stato di perfezione, che li qualifichi come religiosi consacrati  davanti a Dio e alla Chiesa con la loro specifica vocazione.

 

Amore e il pensiero di Ludwig Binswanger

Binswanger è considerato il fondatore della “psicologia esistenziale” o “umana” ed è conosciuto per la elaborazione della sua “antropoanalisi” che si avvale delle riflessioni sull’esistenza di Husserl e di Heidegger.

Uno dei meriti principali di Binswanger consisterà proprio nel superare i limiti scientifici nell’esplorazione della psiche, nel tentativo di scoprirne le dimensioni più profonde, la sua libertà e la ricchezza della sua spiritualità.

Egli inserisce così dei contenuti nuovi e più vitali nella analisi heideggeriana dell’esistenza e indica nell’amore, e non nell’impersonale “essere con” il modello e il valore di ogni autentica realizzazione del proprio essere uomo.

L’amore è per Binswanger il vero luogo in cui si realizza la Presenza, perché solo nell’amore l’altro ci si apre come un Tu e non come una Presenza anonima

Il poeta Rilke scriveva: “Solo dove tu sei, là sorge il luogo” e Binswanger commenta questo “spazio” dell’amore come un dilatarsi, approfondirsi e innalzarsi della Presenza.

E l’amore è anche il “tempo”della Presenza, è l’istante eterno che fa realmente sperimentare qualcosa della durata eterna, dell’eterno noi dell’amore, nel senso di una reale trascendenza del tempo nell’eternità.

A differenza di Heidegger, inoltre, egli afferma che non è la coscienza del proprio “essere per la morte” a sottrarre l’uomo alla mondanità e alla dissipazione, ma è viceversa la coscienza del proprio “essere amore”.

Nell’amore l’uomo scopre in sé non una neutra struttura dell’essere, ma la realtà che qualifica nel profondo la propria persona e che Binswanger, con Sant’Agostino e Pascal, chiama :il cuore.

Nell’essere insieme nell’amore la Presenza si scopre come cuore e si dischiude come la patria del cuore.

Questo disvelamento del Tu nell’amore è possibile perché l’amore non è puro sentimento, ma è partecipazione all’essere, anzi esso è reso possibile perché in ogni autentico rapporto d’amore è presente in un certo senso lo stesso Essere.

“E’ questo” dice il nostro autore “il mistero del fenomeno antropologico così centrale e così poco scrutato, dell’intimo, reciproco appartenersi di un Tu concreto singolare e del Tu concreto universale, del Tu in quanto divinità”.

L’amore e il cervello

Il punto centrale del comportamento umano è questo: perché l’uomo possa compiere un atto volontario, in particolare un atto sessuale, è condizione necessaria che esista in lui un preciso ordine di esecuzione, ordine impartito dalla corteccia cerebrale, o, se si preferisce, dalla mente o dall’io, ai centri della vita vegetativa e di relazione, regolatori degli automatismi organici e riflessi.

Perché, a sua volta, parta un ordine di esecuzione, è necessario che nel cervello si sia strutturata una “immagine” precisa dell’atto da compiere e la coscienza dei bisogni e delle finalità che per esso si vogliono raggiungere.

Il comportamento sessuale è dunque strettamente legato alla coscienza sessuale che tutti gli individui si devono progressivamente costruire.

Il cervello umano si arricchisce fin dal primo istante di vita, e con un ritmo veramente notevole, specialmente nei primi anni, di impressioni, di sensazioni, di immagini, di nozioni, di idee, di giudizi, di previsioni, di esperienze in ordine alla sessualità.

E’ nella prima infanzia, infatti, che si struttura la coscienza sessuale degli individui, che è essenzialmente conoscenza riflessa di sé come soggetto sessuato, degli altri come persone sessuate e della relazione sessuale come atto di integrazione da parte di soggetti sessuati complementari.

La coscienza sessuale è dunque una modalità della coscienza di sé e degli altri, che normalmente si acquisisce prima della pubertà, e pertanto, essendo pre-genitale in senso fisiologico, è soprattutto un fenomeno cerebrale.

Il bambino, il soggetto cerebrale che si verbalizzerà in  un “io”, mentre si scoprirà così fin dall’inizio sessuato, maschio o femmina, dovrà anche accettare o rifiutare, anche se in modo inconscio, questa situazione e lo farà a seconda dei vantaggi che vi riconoscerà, attraverso le sue constatazioni sociali più elementari.

La coscienza e l’accettazione del proprio ruolo sessuale si fa ovviamente più precisa e definitiva nel periodo puberale quando, con lo sviluppo e la maturazione degli organi genitali si raggiungono le condizioni fisiologiche proprie ed idonee alla vita sessuale.

L’orientamento e l’estrinsecazione di questa vita viene poi realizzata dalla corteccia cerebrale, per cui, ad esempio, il soggetto eterosessuale si distinguerà dal soggetto omosessuale non già per una diversa dotazione di cariche ormonali, o per una diversa funzionalità dei nuclei di base, ma semplicemente per una diversa coscienza sessuale.

La dinamica del comportamento sessuale è infatti identica nei due soggetti, la sola distinzione è nelle diverse “immagini” che danno ordini di esecuzione, per cui l’uno reagisce esclusivamente o prevalentemente ad uno stimolo di contenuto erotico eterosessuale, l’altro invece ad uno stimolo di contenuto omosessuale.

L’attività sessuale umana è dunque frutto ed espressione di una culturalizzazione cerebrale degli individui, di conseguenza l’educazione sessuale non può non tradursi in un’opera di apprendimento dei significati veri della sessualità e del corretto uso del proprio cervello in ordine a questi significati.

L’autodominio sessuale è infine la capacità di sottomettere ogni gestire sessuale alla realizzazione delle finalità proprie delle sessualità umana, assicurandone così inequivocabilmente la libertà e la dignità.

 

L’amore e il tempo

Non vogliamo qui parlare del tempo cronologico, quello che passa insieme a noi e ci conduce alle soglie dell’eternità, ma del tempo legato alle variazioni delle stagioni, che si avvicendano continuamente e possono incidere sulla vita della coppia.

La natura, a seconda delle ore del giorno e dei cambiamenti meteorologici nelle varie stagioni, presenta quadri e manifestazioni diverse e offre alla creatività dell’amore coniugale occasione  per esprimersi ed attingere a una nuova fonte di condivisione e di intimità.

Non alludiamo soltanto alla suggestione della primavera o di un tramonto, visti in chiave romantica, ma a realtà comunque significative che potrebbero essere colte e godute insieme.

Ecco, ad esempio: siamo in inverno ed abbiamo delle belle nevicate; la neve non serve soltanto a disturbare il traffico o a richiamare la gente sui campi di sci, la neve può essere ammirata per se stessa, come magica trasformatrice di paesaggi.

Essa è insuperabile come occasione di meditazione: scende dal cielo, cambiando aspetto a tutto ciò che i nostri occhi sono abituati a vedere, rende bellissime le cose più banali e ci immerge in una bianca atmosfera di silenzio che invita all’interiorità e alla pace.

Crea emozioni che è bello vivere in coppia.

Camminare insieme nella neve, sostenendosi a vicenda, e comunicarsi, anche senza parlare, solo con lo sguardo, i sentimenti che affiorano spontanei in questa esperienza inusuale, che rimarrà negli occhi e nel cuore, è un’occasione che non va assolutamente perduta.

E la pioggia?

La pioggia invece invita a fermarsi nella nostra casa, a trovare il tempo per un dialogo intimo e tranquillo, a cui essa fa da discreto accompagnamento.

Qui la ricerca interiore può avere il sopravvento sulle solite attività esterne e portare frutti insperati.

Ma non è sempre così: “C’è un tempo per tutto” dice l’Ecclesiaste “un tempo per parlare e un tempo per tacere…”e, se è bello e utile “sedersi insieme”, come consiglia la spiritualità sponsale dell’Equipe Notre Dame, per approfondire la reciproca conoscenza, c’è anche il momento di libertà e di gioia che si può godere dal contatto diretto con la natura.

Non dimentichiamo che la prima  coppia, uscita fresca fresca dalle mani del Creatore, fu messa a vivere in un giardino; non ci rimase molto, ma ne sente sempre la nostalgia perché rimane il suo ambiente ideale.

Non occorre molto per capire che la bellezza della natura è un elemento accattivante da vivere in due, essa richiama inevitabilmente al suo Creatore, ne manifesta l’armonia e la sapienza, invita ad entrare gioiosamente nel suo progetto d’amore.

Quando lui o lei (non necessariamente sempre lui) si offrono un fiore, anche un semplice fiore di campo, esprimono con quel gesto l’affinità dei loro sentimenti e dei loro pensieri davanti alla rivelazione della bellezza e dell’amore che sostiene tutta la creazione.

Tanti sono i modi di incontrarsi; ad ogni coppia il compito di trovarli per arricchire e approfondire il loro rapporto d’amore.

 

L’amore e l’ecclesialità domestica di Nazaret

Abbiamo tra le mani un bel libro, scritto, con la solita maestria, da Monsignor Sequeri e dedicato a Charles de Foucauld.

Ha suscitato soprattutto la nostra attenzione il suo sottotitolo, che dice: “Il vangelo viene da Nazaret” e indica la personale angolatura da cui viene vista ed esposta dall’autore la singolare esperienza di vita del santo.

Indubbiamente Charles de Foucauld presenta caratteristiche tali, umane e religiose, da fare di lui un personaggio interessante, portatore di esigenze ed esperienze nuove.

I santi in realtà, come interpreti e rivelatori agli uomini di un aspetto particolare di Dio, sono sempre “nuovi”, perché lo attualizzano per i loro contemporanei.

Maestri e, ancor più testimoni, secondo la ben nota richiesta di Paolo VI, essi diventano amici e compagni di viaggio del nostro tempo e guida alla nostra ricerca.

Ora il monaco Carlo di Gesù, l’eremita del deserto Sahariano, che cosa ha da dire all’amore di coppia, all’esperienza che ci riguarda?  

A prima vista sembrerebbe lontano dalla nostra problematica, ma la lettura di questo libro ce lo fa sentire vicino e significativo, proprio per quegli elementi umani che vengono messi in luce.

La chiave interpretativa della ricerca operata dall’autore viene da lui stesso indicata come: “l’intuizione dello splendore cristiano del mistero di Nazaret”.

Dire Nazaret vuol dire vita quotidiana, vita di silenziosa intimità familiare, priva di ogni miracolismo e magniloquenza.

La sproporzione esistente tra i trenta anni di vita nascosta e i tre anni di vita pubblica di Gesù richiama la nostra attenzione sull’importanza e sul significato del primo lungo periodo, che non è, come spesso si intende, semplicemente preparatorio alla attività successiva, ma ha un suo valore intrinseco, mirabilmente compreso e vissuto fino in fondo dal nostro santo.

A noi che viviamo l’amore coniugale come condizione essenziale di vita, nella umiltà e nelle concretezza della fatica di ogni giorno, viene detto che questo è il luogo privilegiato del nascondimento-rivelazione del Dio incarnato.

Ci siamo ritrovati nella stessa inquietudine di Charles de Foucauld, che passa, senza trovare dove posare il capo, attraverso tante esperienze religiose nelle diverse istituzioni ecclesiali, cercando risposta alla sua profonda esigenza di essenzialità e tentando soluzioni atipiche, non collaudate, scrivendo in continuazione regole di vita per sé e per suoi eventuali discepoli senza mai vederle in atto…

Spoglio di ogni sicurezza umana, esposto ai dubbi e alle vicissitudini comuni “laiche”, compresi gli spostamenti di abitazioni e di luoghi, egli non ha visto nessuna grande realizzazione dei suoi ideali, ma ha tracciato, in silenzio, una strada di ricerca spirituale che può essere percorsa da ogni uomo, da ogni coppia, sinceramente in ricerca di Dio.

L’amore coniugale, protagonista della semplice vita “normale” di ogni famiglia, può così modellarsi sull’esempio di Nazaret  “scuola di santità”.

L’ Amore e la metafora dell’immagine

Con la metafora dell’immagine ci è possibile cogliere la corrispondenza tra l’umano e il divino, tra la corporeità e lo spirito, tra la sessualità e la relazionalità divina che sappiamo dalle fonti scritturistiche essere espressa e manifestata dallo Spirito Santo; è possibile perché l’una cosa, l’umano, si presenta come immagine,come figura riflessa, simbolica, dell’altra, il divino.

Basta allora guardare con occhio intelligente e illuminato dalla parola rivelata ciò che è visibile, ciò che si constata, ciò di cui abbiamo una certa diretta esperienza perché è parte del nostro vivere quotidiano, per avere un rimando al divino, a ciò che costituisce l’essenza, il valore, la verità di ciò che in realtà siamo e siamo chiamati ad essere.

Il corpo, e per esso l’essere umano, è prospettato come immagine somigliante di Dio proprio in quanto va inteso come materia creata per essere accogliente, riproducente e riflettente la natura e l’essenza di Dio.

“Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, lo fece a immagine della propria natura” (Sap. 2,23)

La natura umana, cioè il modo di essere, la struttura, lo statuto del corpo, dell’essere dell’uomo, non può, dunque, che essere, per la metafora dell’immagine, analoga, corrispondente,simile alla natura di Dio, al modo di essere di Dio.

Se Dio è per natura, nella sua essenza, Spirito, anche l’essere umano, il corpo dell’uomo, per la somiglianza dovuta allo statuto dell’immagine, deve essere in qualche modo di natura e di essenza spirituale, in funzione alla vita dello spirito.

Come dice Balthasar, il corpo deve essere considerato come “un fenomeno di confine”, sia pur misterioso, tra la materia e lo spirito, una materia spirituale, un corpo che vive dello spirito, agisce mosso dallo spirito.

Sullo sfondo di questa considerazione, di ordine generale, che ci viene imposta dallo statuto dell’immagine, cioè di una profonda corrispondenza che deve esistere tra l’umano e il divino, vediamo di entrare ora nel vivo del mistero riguardo alla dimensione umana della sessualità e dell’amore.  

Sappiamo che Dio è un sistema di relazioni personali, intimamente tra loro collegate in modo che nessuna possa essere a sé stante, ma ciascuna si diversifichi nel modo di realizzare la sua natura, cioè si distingua per il suo specifico movimento di relazione all’altro, che riporta all’Uno, in cui le Persone coesistono senza confondersi, e questo è il mistero della Trinità divina.

Così è stato creato e strutturato l’essere umano, in virtù dello statuto dell’immagine, cioè come un analogo, corrispondente, sistema di relazioni, di correlazioni unificanti.

E’ la connotazione distintiva sessuale della corporeità dell’uomo e della donna che presuppone ed esige che si attui una reciproca relazionalità integrativa unificante, perché non avrebbe nessun senso la maschilità senza il rimando alla femminilità, e viceversa.

La corporeità distinta sessualmente in maschio e femmina è per l’essere umano, la condizione pregiudiziale e fondamentale per vivere, sul modello divino, quella inter-relazionalità che porta ciascuna persona a trovare la sua identità e la sua piena attuazione nel rapporto con l’altro.

La differenza sessuale fonda il dinamismo, fa la correlazione, crea la reciprocità, perché nella coppia ciascuno non ha come fine se stesso o l’altro, ma lo ha nella relazione, nel dialogo, nella unione unificante.

L’unione sessuale, culmine della relazione, non si limita infatti all’accostamento di due soggetti, ma arriva a creare l’unità ontologica, la fusione senza confusione dei due relazionanti nella identità nuova dell’”unum”, della noità, che è l’unità comprensiva delle due distinte relazionalità.

E’ lo stesso Spirito che, dimorando nell’uomo e nella donna, si esprime nella esperienza della relazione amorosa unificante e la dirige alla analogia della relazione amorosa divina, perché Lui è, per natura, nella sua sostanza, l’amore di Dio in persona, ed è stato intenzionalmente iscritto, riversato, nei nostri cuori, con abbondanza e senza misura, affinchè l’uomo fosse simile a Dio, secondo il mirabile progetto della creazione.

 

L’amore e l’anima femminile

Non sono tanto le forme corporee a segnalare la differenza tra l’essere umano maschile e quello femminile, ma è la femminilità interiore, l’intimità femminile che, una volta avvertita, trapela attraverso il corpo della donna e la femminilizza.

E’ l’anima femminile che ci fa vedere femminile anche il suo corpo, e non viceversa.

Se il maschio trasferisce il suo io in quello femminile, considerandolo secondo le sue categorie, non potrà mai coglierne l’alterità costitutiva.

La donna è un soggetto crepuscolare e misterioso.

Non può rivelare chiaramente quello che sente e che le succede perché è un segreto anche per lei, non sa bene,è confusa, coinvolta da esperienze interiori che modificano l’esterno.

Non è spigolosa come l’uomo, le sue forme morbide e tondeggianti ricordano le nuvole.

Ha capacità di immedesimazione, e quindi di amore, che l’uomo non ha.

Mentre l’uomo è più preso dalle sue attività la donna sa amare, cioè scomparire nell’altro.

La vita psichica della donna è più legata al suo corpo.

La sua anima è più corporea e il suo corpo più spirituale e più impregnato di anima.

C’è in lei più compenetrazione tra corpo e spirito, perciò ha una speciale attenzione verso il proprio corpo, mentre l’uomo se ne dimentica.

La donna sente presente il suo corpo come un ostaggio vulnerabile, senza uno scudo che lo protegga.

Il suo corpo è sempre interposto tra il mondo e il suo io.

L’uomo ha una particolare attrazione erotica verso il corpo femminile perché il corpo di lei è un’anima.

Se matura il rapporto di coppia i valori e i sentimenti  evolvono in senso spirituale e si passa dal predominio delle caratteristiche maschili a quelle femminili.

La donna non è più preda, ma premio di cui bisogna essere degni.

Per meritare la donna l’uomo deve adeguarsi ai suoi ideali.

Nel rispetto reciproco la donna diventa così educatrice dell’uomo, nel modo più delicato ed esigente: compie la sua missione anzitutto essendo profondamente se stessa.