Archivi per la categoria ‘Inventiamo un matrimonio’

Vissero felici e contenti

Dobbiamo riconoscere di essere spesso condizionati dalle immagini stereotipate suscitate in noi dalla parola matrimonio.
Tutto ciò che c’è di più banalmente roseo, di più borghesemente scontato, tipo “vissero felici e contenti”, si associa facilmente all’idea di due persone che abbiano fatto la scelta di intraprendere con amore una vita comune.
Le smentite che si presentano tanto frequentemente a questi sogni e che ci mostrano tutte le difficoltà e i dolori che li aspettano non riescono a cancellare questo quadro idilliaco e accattivante.
Ma ora noi vogliamo affacciarci ad una situazione coniugale che ci offre una grande ricchezza di riflessioni abbinando stati di perfezione e di realismo imprevisti.
Si tratta di una coppia famosa che, pur nella sua particolarità, potrebbe contenere qualcosa di emblematico anche per la gente comune.

Vogliamo, in punta di piedi, entrare nella storia “sacra” di Maria e Giuseppe.
Se la osserviamo con animo privo di pregiudizi e proviamo ad esaminarne i comportamenti che fanno ormai parte della loro iconografia, troveremo forse qualcosa che inaspettatamente ci sconcerta e ci ammaestra.
Perché certo di matrimonio umano si tratta, anche se splendente di luce propria.
Come in filigrana possiamo vedere tracciate in esso le linee portanti di ogni esperienza coniugale, dove patire e gioire si alternano con misteriosa vicenda.

Assistiamo a un matrimonio santo e tuttavia problematico.
Qualcuno si potrebbe avanzare a dire che i due sposi. (una forse giovanissima e l’altro in età) non siano stati molto saggi, impegnandosi in un viaggio disagiato in quelle condizioni, senza aiuti se non quello divino.
Sapevano quello che facevano?
Certo non completamente, ma non saremmo noi a poter dare loro una lezione di prudenza, sapendo che così era scritto!
Una volta di più non dobbiamo giudicare dalle apparenze che ci traggono così facilmente in inganno.
Certi aspetti possono essere decisamente fuorvianti.

Ad esempio, davanti ad alcune dolcissime raffigurazioni di Natività, dove un tenero Bambino Gesù giace a terra, tutto roseo e nudo, ai piedi di una Madonna in adorazione, sovraccarica di veli, si rischia di rimanere perplessi, se non ci ricordassimo che la retorica delle pitture natalizie è spesso in contrasto con la realtà.
Il vangelo ci dice invece come Maria abbia avvolto il suo Bambino appena nato in fasce e deposto in una mangiatoia, che era quanto di meglio avesse a disposizione!

Comunque questa ”sacra” famiglia non ha una vita facile: non le mancano i dolori e sono tali da far impallidire quelli che accompagnano le nostre e da farci riflettere sulla complessità della vita matrimoniale più santa e più celebrata.
E allora?
Lo sguardo si fa più umile, il giudizio più cauto e comprensivo nelle diverse situazioni che inaspettatamente ci si presentano.
Le nostre coppie, le nostre famiglie possono cercare luce e conforto in quella che è la sacra famiglia per eccellenza, alla quale Dio non ha fatto sconti.
Proprio per questo essa può essere vista con i colori della nostra umanità e ci può introdurre alla accettazione dei misteriosi piani divini intorno a noi.
“O famiglia di Nazareth, esperta nel patire!” Diceva Paolo VI nella sua visita alla casa della sacra famiglia “Indica a tutte le famiglie la via da seguire anche e soprattutto nelle difficoltà e nei problemi!”

Perchè l’Eden

“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden in oriente e vi collocò l’uomo che aveva plasmato”
Ecco i nostri progenitori muovere i loro primi passi, all’inizio della loro nuovissima esperienza di vita a due, in un giardino: il giardino di Eden.
Ma non si tratta certo di una finzione letteraria, di un quadro romantico che fa da cornice compiacente agli sposi, se volessimo occuparcene seriamente potremmo far emergere tutti i valori positivi ed educativi sottesi all’ambiente, tutto il patrimonio pedagogico offertoci riccamente dalla natura.

Il giardino di Eden si apre volentieri a rivelare i suoi segreti a chi è disposto a ricevere i suoi messaggi e le sue sollecitazioni.
Nell’armonia originaria della creazione, quando tutto è “molto buono”, gli scambi tra la natura e l’uomo, animati dallo stesso Spirito, si possono pensare come straordinariamente efficaci.
Tra la natura e gli uomini, il giardino piantato da Dio e i suoi abitanti c’è una correlazione che viene spontaneamente riconosciuta dalla coppia, che ha il suo momento di grazia nella scoperta del mondo fatta insieme.
Nella dinamica che regge la natura stessa la prima osservazione evidente ad occhi sereni è la dipendenza tra la terra, che deve essere custodita e coltivata dagli uomini e il cielo, dal quale vengono la pioggia e il sole che la rendono feconda.
Azione dell’uomo, dunque, e ben impegnata e costante, ma soprattutto azione del cielo che regola e gestisce la vita.
Non è difficile vedere che le forze congiunte degli sposi devono agire con la chiara consapevolezza della presenza fortificante e rassicurante di Dio e con la sua collaborazione.

Il grande dono dell’amore che hanno ricevuto non li rende autonomi, come può essere da loro percepito in un eccesso di euforia, anzi li lega più dolcemente e strettamente a quella grazia che piove sul terreno delle loro anime aperte a riceverla.
E dovrebbe nascere il fiore della riconoscenza, che fa partecipe il mondo intorno del bene che è diffusivo di sé.
Nello stesso tempo a uno spirito attento si profilano chiaramente nella natura le leggi inesorabili che la governano.
Logica ed esperienza ci danno insieme garanzia e guida.

I tempi non sono opinabili: la saggezza del contadino sa quando una pianta sa dare i suoi frutti e sa che è inutile e illogico opporsi, impara anzi ad obbedire e ad adeguarsi all’ordine prestabilito.
L’umiltà di adeguarsi alle leggi naturali è una grande risorsa.
Noi, che siamo natura pensante, ci possiamo servire di ciò che leggiamo in essa per camminare sul sicuro.
Nella casa di Dio, in cui ci siamo ritrovati a vivere, tutto è dono e tutto dobbiamo donare.
Sotto gli occhi di Dio i nostri progenitori hanno fatto le loro prove, non sembra che siano state tanto felici: nell’erba verde, tra i fiori novelli c’era anche il serpente…
E’ una storia infinita, ma anche questa è una lezione che non ci è stata risparmiata e anche questa può essere imparata!

Celebrare il quotidiano dell’amore

C’è una bella preghiera che ci è stata insegnata fin da piccoli e che noi recitiamo ogni giorno, forse senza farci molta attenzione.

Comprende una invocazione semplice: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano!”

Semplice, che cosa c’è di più comune del pane di ogni giorno?

Ma che cosa c’è di più indispensabile?

E’ l’alimento di cui abbiamo bisogno per vivere, e non solo una volta tanto, ma per tutte le giornate della nostra vita.

E’ un nutrimento quotidiano che può essere visto come corrispondente al cibo di cui si deve nutrire l’amore di due sposi se vuole continuare a vivere, ma, attenzione, perché il pane, oltre ad essere quotidiano, deve essere possibilmente fresco, sano, senza alterazioni che lo rovinerebbero.

Così il nostro amore deve essere alimentato con continuità e oculatezza.

Le occasioni sono tante, a incominciare dalle più banali, dal primo incontro del mattino quando, nonostante la pressione degli impegni di lavoro, si può trovare il tempo per dirsi: “buona giornata! A presto! Sono con te!  

Questo è già un buon inizio che rinvigorisce il cuore e non deve essere sottinteso, troppo spesso lo è e qualcosa viene a mancare.

Poi, a lungo andare, ci si accorge che qualcosa si è indebolito e non si sa come correre ai ripari.

Dobbiamo ripensare allora a come sono stati vissuti i gesti quotidiani di relazione, a come sono stati trasformati con amore nel nutrimento del cuore.

Non è impossibile, al di là delle differenze di carattere e di educazione che ci condizionano, esercitarsi a fare spazio all’altro, per riconoscere la sua fame, anche se inespressa, di comunione di affetti. E riscoprire la tenerezza, che addolcisce la realtà delle esperienze più difficili che si possono incontrare nella vita a due.

C’è infatti un’opera di misericordia che si deve esercitare proprio con chi si ama: dar da mangiare agli affamati, ricordandoci che nel matrimonio abbiamo promesso che avremmo provveduto  alla reciproca fame di amore.

Non c’è un’altra fame più profonda, più vera di questa.

Nessuno può credere di poterne fare a meno o di sostituirlo con qualcosa d’altro.

La tranquilla sicurezza di possederlo, o, per lo meno, di ricercarlo sinceramente, che si traduce ogni giorno   in parole e soprattutto in azioni che lo testimoniano e lo confermano, è la benedizione che riempie la casa e si trasmette ai figli e a tutti quelli che vi abitano.

Un tempo, specialmente in campagna, si faceva il pane in casa e la sua fragranza poteva ben essere un simbolo del bene che si diffonde intorno e riempie il cuore.

Ma il pane non si improvvisa: richiede abilità e tempo per la sua riuscita.

Deve essere lavorato a lungo con un bell’esercizio di braccia, poi lasciato a riposare, a lievitare nel tepore dell’attesa, poi passato alla prova del fuoco nel forno e infine spezzato insieme per poterlo veramente gustare.

Non si può non pensare al pane spezzato dell’Eucaristia dove il pane spezzato è quello che si dà per la nostra vita, perché l’amore, se vuole essere vero deve proprio lasciarsi spezzare per vivere.

A dire il vero la gente non è più tanto zelante nel portare in tavola il pane, per motivi di dieta o di tempo si preferisce far uso di crackers o di grissini, pane secco che, fuor di metafora, fa pensare al minimalismo dei gesti di amore e alla rinuncia della dolcezza di una mensa ben imbandita.

Certo, se c’è una situazione nella quale contano i piccoli gesti quotidiani per far sì che l’atmosfera sia respirabile e gratificante, quella è la situazione matrimoniale

Qui non occorrono sempre gli slanci eroici dei primi momenti di amore, c’è un eroismo nella costanza del dono, nel dimenticare stanchezza e debolezze per alimentare la pienezza di vita dell’altro, che poi si traduce in una reciproca ricchezza.

Nascerà allora la festa,

“Che cosa si festeggia oggi?” Chiedeva un amico un po’ sorpreso da una celebrazione imprevista, senza significative ricorrenze da ricordare.

Ecco! Si celebra la festa del quotidiano, che bisogno c’è di aspettare le grandi occasioni?  

Un matrimonio nuovo

I tempi in cui viviamo ci costringono a guardare al matrimonio da una nuova angolatura.

Sarebbe superfluo soffermarsi a lungo per mettere in luce gli elementi della sua attuale crisi, tanto sono evidenti: sembra siano inevitabili e in gran parte imputabili al tessuto stesso della nostra società.
Ma il matrimonio, di per sé, non è un fatto sociale, anche se è influenzato e influenza fortemente la società, è essenzialmente un fatto personale e come tale riguarda direttamente la profonda e libera esperienza di ogni atto veramente umano.

Il matrimonio è il frutto di una libera scelta, anzi di una vocazione, in cui la coppia si forma in seguito ad una ben precisa, inequivocabile, chiamata.
Quale misterioso richiamo opera nei confronti dei due che si ritrovano, a volte improvvisamente, attratti in una situazione che li coinvolge profondamente?
Fiumi di parole sono state scritte sull’argomento che si ripresenta con tutta la sua problematicità per ogni coppia che si sta formando e lo stato di ogni coppia è sempre in formazione, come quello di ogni uomo del resto, ma qui ci sono le difficoltà (e il vantaggio) di due persone che devono formarsi e crescere insieme.

Le difficoltà di questo processo sono spesso sottovalutate, tutto di per sé dovrebbe andar bene: “e vissero felici e contenti” è l’affermazione più rosea e più bugiarda che conclude le storie d’amore, ma sappiamo che spesso non è così.
La fase dell’innamoramento è piena di promesse, ma purtroppo dobbiamo riconoscere che non sempre si avverano.
Le coppie “felici” sono ben poche, molte si arrendono alla fatica di raggiungere insieme una vera armonia e una vera felicità coniugale.
Eppure la felicità intravista nell’innamoramento non è illusione, è un’illuminazione che apre ad un nuovo orizzonte e cambia la storia di due persone, arricchendole di conoscenza e di amore.
Qui tutto è prodigio, tutto è divino e chiede di essere riconosciuto come tale.
Nella nostra debolezza esistenziale, nel nostro fallire quotidiano solo la forza di Dio si offre come roccia su cui costruire la nostra casa.

Se lo si chiama in causa, oltre alla sua grazia, ci dà anche delle regole ben precise per un buon percorso.
Non si può improvvisare sperando che tutto vada bene; non bastano l’abito bianco, i confetti e la torta nuziale, non basta neppure un bel corso prematrimoniale seguito con un certo impegno.
Per rispondere all’esigenza di donazione di tutta una vita, anzi di due vite che accettano di giocarsi tutto in una scelta di comunione sponsale, per prepararsi consapevolmente alla celebrazione del matrimonio, forse non si è fatto, da parte della Chiesa, tutto quello che si dovrebbe fare.

Penso agli anni di studio, di esami e di preghiera che sono richiesti a chi si prefigge una consacrazione sacerdotale o religiosa: tutto questo non si trova nella preparazione al matrimonio.
Dovrebbe essere ben chiaro che la vocazione matrimoniale è una vocazione religiosa perché nasce da una chiamata divina, per questo va aiutata e sorretta con opportuna preparazione e verifiche per superare le mille difficoltà di percorso.
Una volta accettato il principio che la vocazione coniugale è una vocazione religiosa, proprio come quelle che comunemente la Chiesa riconosce come tale, si apre il problema di un cammino tutto particolare per quelli che vogliono celebrare il sacramento del matrimonio in chiesa.
Esso non è da celebrare su richiesta, anche se chi lo fa è in buona fede.
Una vocazione deve maturare, anzi deve rinnovarsi continuamente e rifarsi alla origini e alle motivazioni della chiamata, una vocazione a due poi è ancora più difficile da coltivare e da consolidare.
Per questo si sente la necessità di una vera e propria “scuola”, tutta da inventare, sotto la guida dello Spirito Santo che è Amore.

Non è detto che tutto vada a finir bene, come non è detto che tutti i seminaristi diventino bravi preti, ma almeno va messo in opera tutto quello che l’umana prudenza consiglia per fare spazio alla grazia di Dio e alla buona volontà dei nubendi.
Il discorso sembra utopistico, ma solo a prima vista.
Nonostante tutto si può sperare in una stagione nuova del matrimonio, che nasca dalla consacrazione riconosciuta di due persone con Cristo in mezzo a loro, aperte a tutte le sorprese della Grazia.

Il matrimonio dell’anello

Si chiama anche “fede” l’anello che gli sposi si scambiano nella celebrazione delle nozze e non si potrebbe trovare un termine più significativo.
Nella storia d’amore di una coppia l’anello è l’elemento più visibile e concreto, che racchiude in sé tutto un percorso, legato al passato, e aperto coraggiosamente al futuro.
Non per niente ha una forma circolare e ciò non solo per adattarsi al dito che lo porta, ma anche per simboleggiare la perfezione a cui si richiama.
Il cerchio perfetto: l’aspirazione di ogni uomo, la rappresentazione di una completezza che non si può intaccare perché garantisce la sopravvivenza dell’unità.
Ricordo un bel testo teatrale intitolato: “La bottega dell’orefice”, scritto in età giovanile dal Papa Giovanni Paolo II e uscito con lo pseudonimo di Andrzej Jawien.
Qui troviamo la storia di un anello nuziale che, dopo lo splendore dei primi tempi, per il logoramento del matrimonio, si impoverisce e perde il suo simbolismo di amore.
Alla fine, quando la donna che lo portava lo vuole rivendere e torna nella bottega dell’orefice dove è stato comprato si sente dire che ormai non ha più nessun valore, perché questo genere di anelli hanno un peso e un valore solo se sono in coppia.
“Le vostre fedi” dice l’orefice “prese separatamente non pesano nulla”
Guardiamo allora spesso il nostro anello nuziale e abbiamone cura come di una cosa viva che può e deve richiamarci ad una fede scambiata e promessa.
Non per niente si porta al dito anulare perché si pensava che dall’anulare partisse una linea diretta che arrivasse al cuore.
Toccare, accarezzare, baciare l’anello dell’amato sarebbe un modo per far arrivar al suo cuore le nostre parole d’amore.
Poco importa se l’anello è un semplice cerchietto d’oro o è elaborato e porta inciso il nome e le date degli sposi, quello che conta è la sincerità di chi lo porta.
In fatto di anelli si potrebbe tessere l’elogio anche di quello di fidanzamento.
Ora non si usa più molto dare importanza al fidanzamento ufficiale, esso è più che altro l’occasione di uno sfoggio di ambizione secondo i canoni di un banale consumismo.
“Un diamante è per sempre!” recita una nota pubblicità, oppure” Se è meno di tre carati non è amore!”
Conosco invece la storia di un anello di fidanzamento che ha avuto origini povere povere ed è diventato prezioso col tempo.
E’ nato in campagna, nella mano di una infaticabile ortolana, che, a furia di coltivare la terra e di strappare le erbacce infestanti se lo era guadagnato come riconoscimento e riconoscenza del lavoro di una vita.

Naturalmente non lo portava al dito tutti i giorni, ma solo la domenica, quando non si lavora, e nei giorni di festa.
L’anello passò poi, con i suo carico di storia, in eredità a una figlia e da questa a una nipote, visto sempre come un caro ricordo di famiglia.
Fu a questo punto che venne trasformato in un anello di fidanzamento per una nuova coppia che voleva avere un simbolo visibile di un legame che si stava dolcemente affermando.
Una coppia povera, anche qui, che non voleva esibire diamanti, solo voleva un segno riconoscibile di unione e lo trovò in questo vecchio gioiello della bisnonna.
Era di oro rosso, con due belle foglie ai lati del disegno centrale composto da piccole pietre verdi e nere.
Una montatura abbastanza fragile, tant’è vero che qualche pietruzza verde già mancava, ma andava bene ugualmente, in attesa dell’anello matrimoniale.
“E’ un gioiello di famiglia!” diceva lei compiaciuta ed esso ebbe la sua gloriosa stagione in attesa di quello vero, quello nuziale e benedetto che l’avrebbe sostituito per tutta la vita.
Ma la vita riserva delle sorprese a cui difficilmente uno è preparato: l’avventura felice del matrimonio venne interrotta dall’alto.
L’equilibrio di coppia tanto pazientemente costruito negli anni venne tragicamente spezzato e lei si trovò ad avere un marito in cielo.
E ecco ricomparire l’anello di fidanzamento.
Più che mai ricco di significato e di garanzia per il futuro, esso riassume il passato ed esprime la fede in un ricongiungimento al di là del tempo.
E’ nata così l’esperienza di un nuovo tipo di fidanzamento, in cui tutto è lasciato nelle mani di Dio, il quale guida misteriosamente i suoi figli e dà loro la forza dell’attesa.

Un matrimonio di risorti

Bisogna che gli sposi siano generati di nuovo.
“In verità, in verità vi dico: chi non rinascerà per acqua e Spirito non potrà entrare nel regno di Dio”
Così dice chiaramente Gesù a Nicodemo, il dottore della legge che pure non è in grado di comprendere queste parole misteriose.
Entrare nel regno di Dio, forse non è un proposito esplicito nelle coppie che salgono l’altare per celebrare il loro matrimonio, ma l’affermazione di Gesù è categorica: “in verità, in verità vi dico!”
Eppure, più o meno consapevolmente, la coppia sacerdote di questo sacramento, entra, introdotta e sorretta dallo Spirito, in una dimensione nuova, quella del regno di Dio propria dei risorti.
Così la morte non fa più paura perché è assorbita dalla resurrezione, la vera conclusione di ogni storia umana, che si dilata nell’eterno.
Certo non è facile, l’ascesi è necessaria anche nella coppia, morire a se stessi e risorgere non si può se non si è sorretti dalla grazia, in particolare da quella grazia che è propria dello stato coniugale.
Qui lo Spirito soffia abbondantemente e non chiede che di essere accolto per operare.
“Quello che è generato della carne è carne e quello che è generato dallo Spirito è spirito”
“Il vento spira dove vuole e ne senti la voce ma non sai né donde venga né dove vada, così è di ognuno che è nato dallo Spirito”
E’ questo vento che investe due anime e le fa vivere in modo nuovo, arricchendole di tutti i doni dello Spirito, dopo averle spogliate delle loro egoistiche strutture.
A loro è richiesto di incarnare, di sperimentare, di non rinunciare mai alla ricerca di quello stato di perfezione che le qualifica agli occhi di Dio e degli uomini.
Su questa terra è dato loro di gustare la gioia di sentirsi amati con un amore che, con tutti i limiti della condizione umana, rimanda chiaramente all’Amore divino, se non vuole ridursi a ben poca cosa e rischiare ben presto di estinguersi.
Alla coppia è offerta e proposta la pienezza della comunicazione d’amore, la trasparenza nel linguaggio della mente e del cuore, la felicità di sapersi compresi e di riposare nella accoglienza amorosa dell’altro.
L’opportunità data ai due sposi è unica: solo a loro è concesso di realizzare qui e ora quella unità, quella pericoresi che è propria della vita trinitaria.
La cosa è talmente grande che rischia non solo di non essere perseguita, ma anche solamente pensata, come un progetto che supera le capacità umane.
La cosa è talmente bella che gli uomini sembrano fare a gara per sfigurarla, per distruggerla, per mostrarla come un’utopia destinata al fallimento, ma ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio, che ne è il garante.
Ci vuole del coraggio per credervi, per non ritirarsi davanti a questo mistero di amore, ma ci aiutano le parole di Pietro: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna!”
In realtà siamo dei pusillanimi, non abbiamo veramente la volontà di inserirci nella prospettiva dei risorti, anche perché questa passa attraverso la strettoia della morte, ma nella profondità del nostro cuore c’è la nostalgia di uno stato di perfezione che è ben lontano da essere realizzato su questa terra.
Possiamo invece, nell’ambito della vita di coppia, avere come un anticipo di ciò che sarà la beatitudine del paradiso.
Come un piccolo seme, caduto in terreno fecondo, il nostro matrimonio crescerà insieme a noi alimentato dalla grazia, fino a diventare una splendida pianta, pronta per essere trapiantata nella casa del Padre, nel regno di Dio, nel mondo dei risorti.

Una voce…il mio diletto!

Nel misterioso percorso che dà origine alla formazione della coppia viene sempre considerata come prevalente la forza dello sguardo.
Per primi sono gli occhi che fanno sussultare il cuore, sono essi a rivelare nella persona incontrata quella che corrisponde all’ideale, spesso inconsapevolmente coltivato.
Ma poi viene l’ascolto…e non è cosa da poco, se solo sentire il suono di una voce può suscitare attrazione o repulsione nei confronti di una persona.
Il legame di coppia incomincia spesso, tra i tanti elementi indefinibili che la compongono, da una assonanza di voci, una qualità del linguaggio che accomuna i due dialoganti in una atmosfera di reciproca simpatia.
Prima ancora del contenuto è il tono delle parole scambiate che crea l’incanto.
Ogni mamma ha un tono particolare quando parla con il suo bambino, così gli amanti usano un registro comune per entrare in una interiore comunicazione.
Parlarsi è la prima forma di rivelazione, ascoltarsi è la prima forma di accettazione.
Si dice, un po’ polemicamente, che, all’inizio, è lui che ha il primato della parola mentre lei ascolta compiacente, mentre con il tempo la situazione tende ad invertirsi: è lei che parla prevalentemente e l’uomo si fa meno loquace.
L’ auspicio è invece di mantenere un buon equilibrio tra parola e ascolto in modo che nessuno dei due prevarichi sull’altro e si realizzi uno scambio sincero di pensieri e di sentimenti.
In una buona relazione la capacità di ascolto reciproco si affina, aumenta, in proporzione al rispetto, alla stima, all’amore che la anima.
Ascoltare correttamente la voce dell’altro non si può se si è occupati da pregiudizi, se si pensa di sapere già
quello che l’altro vuol dire e lo si giudica frettolosamente.
Nessuno può mai arrogarsi il diritto di sapere in precedenza ciò che l’altro vuol dire, anche se si invoca come giustificazione l’abitudine, invece, per rimanere vivo, il rapporto d’amore deve essere pronto a stupirsi, ad apprezzare e condividere la novità del pensiero dell’altro e, perciò ci si deve mettere umilmente, pazientemente, affettuosamente, direi, in atteggiamento di ascolto.
Non è sempre facile, specialmente quando i toni e i contenuti sono sgradevoli, ma allora è ancora più necessario affinare l’ascolto per riuscire a trovare, al di là dell’apparente contrasto, gli elementi che aiutino a spiegare le motivazioni del comportamento verbale.
Così spesso la parola che può ferire perde la sua punta velenosa se si è capaci di ascoltare veramente nel profondo chi la pronuncia e di cogliere la sofferenza che lo ha reso aggressivo.
E la voce di chi risponde diventa curativa del disagio scoperto, senza permettere che si alteri la comunicazione.
L’amore guida istintivamente al dialogo unificante, ma, quando c’è una caduta, una difficoltà di comprensione, allora deve levarsi più forte la volontà di aiuto reciproco.
A volte basta semplicemente imparare a decodificare il linguaggio per raggiungere la comprensione e la chiarezza dei significati, sgomberando così il campo da equivoci dolorosi.
Inventiamoci dunque un nostro matrimonio, caratterizzato dall’arte magnifica dell’ascolto come strumento di perfezione singola e coniugale, dove la parola acquista una sua dignità sacra di rivelazione dell’anima e dove il silenzio accogliente le dà il dovuto, profondo risalto.
La parola, ogni parola, rimanda al Verbo che era al principio della creazione e merita, perciò, un riverente ascolto, perché possa dare i suoi frutti d’amore.
Ascolta, Israele!

Bucare il tempo

Con il matrimonio si spalanca una finestra sul tempo.

Proviamo ad usarlo come uno strumento che ci permetta di bucare lo spessore del tempo; è utile rifletterci un po’, forse tanti matrimoni non andrebbero in rovina se gli sposi avessero consapevolezza di quanto la loro storia è stata preparata dalle storie d’amore che li hanno preceduti e di come sia destinata a incominciarne altre.

Nel mosaico della storia tutte le tessere devono trovare il loro posto, il risultato finale si vedrà a distanza, ma se noi dirigiamo la nostra attenzione al ramificato albero genealogico della nostra coppia, scopriamo che la linfa che lo percorre tutto passa dentro di noi e scorre per i rami verso un imprevedibile futuro.

E’ un esercizio divertente e sorprendente risalire insieme ai nostri antenati, fin dove ci può guidare la memoria.

Se noi siamo qui ora (e siamo qui ora) è perché una lunga catena di incontri ci ha preceduto.

Se uno solo di questi fosse saltato noi saremmo rimasti in mente Dei chissà fino a quando.

Se il naso di Cleopatra… è vero: con i se non si fa la storia, ma la nostra storia è stata fatta da tante coppie che si sono incontrate a un livello così intimo da far balzar fuori i volti dei nostri antenati e alla fine i nostri!

Non è detto che tutti gli incontri fossero perfetti, che la storia delle coppie sia sempre stata felice e senza macchie, però ha funzionato nel senso che noi ne siamo il frutto.

Anche il frutto Gesù nella sua genealogia aveva figure non sempre raccomandabili, però le aveva ammesse senza timore nella sua storia, ed era una storia sacra!

Noi non possiamo scegliere i nostri antenati, di alcuni siamo orgogliosi, di altri un po’ meno, ma dall’intreccio di tante vite è nata la nostra e dalla nostra coppia si diramerà una nuova gettata di vita che non possiamo prevedere dove e come si svilupperà.

E’ vero, non lo possiamo prevedere, ma le possiamo amare fin d’ora le nostre generazioni future, e preparare loro una eredità di amore a cui potersi rifare.

Così la coppia ha tutto il diritto di sentirsi al centro di una storia, di un mondo che l’ha preceduta e la seguirà, grazie alla sua collaborazione.

Qualcuno più curioso e più preparato potrà occuparsi del passato, navigando nello spazio e nel tempo e scoprire interessantissime notizie.

C’è nel nostro nome e cognome racchiusa un cultura e una localizzazione geografica ben precisa, che può spiegare e dare profondità nuove a tante situazioni del presente.

Un fardello che passa di mano in mano, ci coinvolge e ci supera: questo è la tradizione, che anche a nostra insaputa fa “transitare”, fa passare i suoi valori di generazione in generazione e maturare imprevisti scenari.

Noi attingiamo al passato e ne riveliamo il senso, noi eravamo in quei rapporti d’amore che ci hanno preparato il terreno su cui ora possiamo costruire, noi siamo decisamente responsabili delle generazioni future.

La generazione è un gioco di trasmissione non solo di geni, con essi c’è tutto un mondo che si evolve.

Ci voleva la curiosità e la pazienza di un frate boemo, occupato a coltivare piselli nell’orto del suo convento, per scoprire le leggi della ereditarietà dei caratteri, con il gioco interessante degli elementi dominanti e recettivi.

Così noi oggi potremmo scoprire che oltre al colore degli occhi di nostro figlio c’è un guizzo d’arte di un nostro antenato, di primo o di secondo grado, dietro ad una robusta fede c’è la veste talare di uno zio prete…

Niente di determinato, certamente, ma una ventata di semi, soffiati dallo Spirito ad impollinare un mare di fiori in attesa.

Certo la n0stra coppia deve essere pronta ad accoglierli e far crescere i migliori con una selezione naturale, che naturale non è perché tutta dettata dallo Spirito.

C’è un tempo per seminare e uno per raccogliere…

Si sa che nell’educazione i tempi sono molto lunghi e i risultati spesso sfuggono alla nostra impaziente attesa, ma la saggezza della natura ci mostra che i mutamenti positivi a volte ricompaiono di generazione in generazione, inaspettatamente, e questo ci dà fiducia.

La lunga catena d’oro, formata dagli anelli nuziali dei nostri antenati, può e deve continuare con quelli della nostra coppia, che avremo cura di mantenere splendenti per potere poi lasciarli come magnifica eredità ai nostri figli.

Inventiamo un matrimonio

Questa espressione non è del tutto esatta perché non si tratta, in realtà, di “Inventare” qualcosa di nuovo, ma di imparare a scoprire le risorse troppo spesso trascurate del matrimonio.
Tutti sanno, o credono di sapere, che cos’è un matrimonio, tutti ne hanno avuto in qualche modo esperienza, sia attiva che passiva, ma, come accade per le cose che sono sempre davanti ai nostri occhi, facilmente ci lasciamo sfuggire le sue ricchezze nascoste.

Vogliamo soffermarci ora sul gioco importantissimo degli sguardi nella vita di coppia.
Esso sta all’inizio di ogni incontro amoroso ed ha il potere di introdurre e determinarne lo svolgimento.
L’amore nasce dagli occhi: è nella sorpresa e nell’emozione che suscita la vista dell’altro che il cuore riconosce di aver finalmente trovato chi ha sempre desiderato di incontrare, chi da tempo aspettava.

“Finalmente essa è carne della mia carne, ossa delle mie ossa!” Ha esclamato Adamo alla vista di Eva.
Non sappiamo che cosa abbia detto Eva, ma il suo sguardo sarà stato un’eloquente risposta.
Ed è nella risposta allo sguardo amoroso che l’uno apre all’altro la strada dell’incontro, da quello più immediato a quello più intimo.

Lo sa bene chiunque ama: da quel momento non può mai saziarsi di questo prezioso strumento di comunicazione, ne è sempre alla ricerca e una delle più grandi sofferenze è quella di esserne privato.
Nel dialogo amoroso il linguaggio degli occhi precede e supera ogni altra forma; nella coppia si sperimenta così la beatitudine di immergersi in quel mondo meraviglioso e segreto che traspare dagli occhi dell’amato e che si offre in una reciproca donazione.
Esiste tutta una letteratura sull’argomento, ma forse manca una vera cultura che educhi ad un profondo e sincero scambio di pensieri e di sentimenti, alla luce di una onesta conoscenza di sé.

Non si può e non si deve fingere se si vuole entrare nel territorio segreto dell’altro ed ottenerne la comprensione e la familiarità.
Gli occhi che cercano l’altro devono in piena sincerità chiedere ed offrire una rivelazione interiore che porti alla comunione dei cuori.
Lo sanno bene le coppie affiatate che hanno imparato ad intendersi con un solo sguardo.
Lo hanno sperimentato nelle situazioni più dolorose e più felici del loro matrimonio e ciò li ha fatti crescere e maturare nella loro vita a due.

Un matrimonio così è degno di essere vissuto.
La prima persona su cui si posa lo sguardo al mattino, al momento del risveglio, è il proprio coniuge, a cui si può dare e chiedere uno sguardo di amore, che illuminerà tutta la giornata; così la sera, prima di chiudere gli occhi al sonno, così in ogni occasione di gioia o di dolore che chiede di essere condivisa.

“Ecco” è come se si dicesse “io sono qui, ti puoi fidare, non c’è bisogno di nasconderti davanti a me, ti puoi mostrare con tutto il bagaglio dei tuoi pensieri e delle tue pene.”
Come lo sguardo di Dio non lascia mai soli gli uomini, ma li accompagna con benevolenza ed amore nel loro cammino, così chi ama partecipa della sua sollecitudine e impara da Lui.
Dio vide che le sue creature erano molto buone, perché erano opera sua; in analogia si può dire che lo sguardo amoroso opera sempre sull’altro, riconoscendone e facendone emergere l’intrinseca bontà.
C’è un compiacimento di base che genera reciproca compiacenza, c’è una attenzione che invita ad aprirsi, una sollecitudine che ha la forma della tenerezza, una complicità che rassicura e conforta e porta alla condivisione…
Tutto questo in positivo, guai perciò a non curare con tutta la dedizione necessaria la bontà dello sguardo.

“La lampada del corpo è l’occhio”- dice il Vangelo- “Se dunque il tuo occhio è limpido tutto il tuo corpo sarà illuminato” e così pure, quella sola carne che è costituita dal “Noi” della coppia, diciamo noi.
“Ma se il tuo occhio è malvagio tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre”

Ecco allora la necessità di una purificazione interiore come esercizio ascetico proprio di una carità matrimoniale per chi vuole “inventare” un matrimonio che sia nella luce.

Io ho un sogno

Io ho un sogno, anzi, noi abbiamo un sogno, perché quello che uno dei due sposi sogna lo sogna anche l’altro, magari non nello stesso tempo e nello stesso modo, ma sicuramente identico nella sostanza.
Dunque noi sogniamo un matrimonio specialissimo, che potrebbe poi diventare “normale”, cioè impossessarsi di quelle norme che ne determinano le vere caratteristiche e ne assicurano il felice compimento.

Partiamo da due bei bambini, maschio e femmina naturalmente, che formeranno la coppia, e incominciamo subito a farli crescere in una atmosfera di amore.
Non ci sarà la classica “educazione sessuale”, che di solito si riduce a una informazione non richiesta e spesso inopportuna perché precoce o tardiva riguardo ai tempi di ciascuno che sono strettamente personali.
Li educheremo invece alla relazione d’amore che si impara già da piccolissimi, perché è fatta di piccole cose di ogni giorno.
Non è facile, stante il famoso peccato di origine che in tanti modi riaffiora inducendo alla feroce e costante difesa dell’io contro ogni invasione dell’altro.

Ho visto una volta una tenera bambina, che stringeva al petto un’orribile gallina di gomma; al mio accenno di allungare la mano per accarezzarla si è ritirata di scatto gridando: “E’ mia!”.
Ecco un bell’esempio di autodifesa personale di sé e delle proprie cose, che esclude l’altro per timore di esserne defraudato.

Come far capire allora la ricchezza della condivisione, che non diminuisce ma si moltiplica, insieme alla gioia dell’altro che rispecchia e aumenta la nostra?
E’ vero, dovremmo cambiare tutto il mondo intorno, ma soprattutto dovrebbero essere i loro genitori capaci di far trasparire la bellezza di scambiarsi segni e parole di amore.
E’ forse un’utopia, ma noi qui siamo sempre nel nostro sogno e perciò possiamo permetterci di immaginarlo, saremmo così già a buon punto, ma non è detto che il buon esempio sia sempre sufficiente, lo vediamo in tante occasioni.

C’è un’incognita in ogni educazione che si chiama libertà, nell’educare bisogna saperlo, metterla in conto e rispettarla.
Dio ce l’ha data e guai a chi ce la tocca!
Non possiamo fare i nostri figli con lo stampino e nemmeno clonarli (per fortuna).
Oltre a nutrirli, vestirli e farli crescere dobbiamo sapere però che hanno altre esigenze: hanno fame di amore, del bell’amore, quello che viene direttamente da Dio e passa obbligatoriamente attraverso il prossimo, di un amore che non sia solo passivo, ma anche, e specialmente attivo.
Anche qui, non possiamo passarlo direttamente noi ai nostri figli, ma possiamo impegnarci a creare loro occasioni di carità verso coloro che li circondano.

“Ama il tuo prossimo come te stesso”: è la carta vincente che dovrà essere giocata poi nel loro matrimonio per poterlo realizzare.
Non si dà vero matrimonio tra chi è malato di egoismo.
I nostri due ragazzi, crescendo, dovranno innamorarsi di qualcosa di più grande di loro, che richieda dedizione e passione tale da impegnare la loro ricchezza di amore.
E chi se non Dio potrà aprire loro gli orizzonti infiniti di cui hanno bisogno?
Dio ha tante strade per far sobbalzare il loro cuore, attraverso la bellezza della natura e delle idee, attraverso l’amicizia e il servizio alla vita in tutte le sue forme.

Diamo ai nostri ragazzi perciò, oltre all’ambiente della famiglia, un ambiente che li stimoli a donarsi, in un servizio di amore secondo le loro inclinazioni e capacità.
Solo quando avranno imparato a stare in piedi da soli, sostenuti dal loro ideale di bene allora soltanto ci saranno le premesse per la formazione della coppia.
L’incontro tra i due non sarà ricercato per un bisogno di affermazione e di completezza, anche se tutto questo sarà poi sperimentato e goduto, ma dal desiderio di comunicare l’ esuberante ricchezza interiore dei loro cuori.
Allora saranno pronti a trasformare il mondo, a “rinnovare la faccia della terra”, sotto la guida dello Spirito e, a questo punto, la coppia, così formata, sarà lo strumento ideale per operare tale trasformazione sfruttando il suo grande potenziale d’amore.

Può incominciare allora la grande avventura del matrimonio, per il quale ci sarà bisogno di fantasia, ma anche di coraggio e di sacrificio, come per tutte le grandi imprese che migliorano il mondo.
Ora questo specialissimo matrimonio, che noi sogniamo, potrà muoversi nelle più diverse direzioni e si troverà a dover applicare il discernimento che è appunto un dono dello Spirito.
Si tratterà di una vera e propria scelta vocazionale, che comporterà riflessione e preghiera e quella importantissima cosa che è l’esercizio e l’abitudine all’ascolto reciproco, libero da ogni pregiudizio, che dovrà caratterizzare la vita a due.
Così alcune coppie si scopriranno inclini ad una spiritualità di tipo contemplativo, altre capaci di una attività missionaria, altre ancora pronti all’accoglienza dei più deboli…

In questo matrimonio speciale casa, lavoro e figli e tutto quello che comunemente si associa all’idea di matrimonio
sarà subordinato alla chiamata vocazionale degli sposi, secondo la guida e le richieste dello Spirito.
E, naturalmente ( questa è la parte di sogno che ci piace di più) la Chiesa, madre avveduta e premurosa, riconoscendo lo stato matrimoniale come stato di perfezione, accoglierà nel suo seno queste coppie consacrate dall’amore e creerà per loro un nuovo ordine coniugale, a cui dedicherà le cure e l’assistenza di cui avrà bisogno.

E’ un sogno, che aspetta solo il soffio della Grazia per tradursi in realtà, un tesoro nascosto che deve essere scoperto per brillare alla luce e risvegliare l’entusiasmo nelle coppie, sorprese della loro stessa grandezza.