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Terza conversazione con giovani famiglie sull’Amoris Laetitia

Parrocchia di Mirabello – Pavia – domenica 19 febbraio 2017

La scorsa volta, ci siamo soffermato sul terzo capitolo dell’esortazione, concentrando la nostra attenzione sulla novità che Gesù introduce circa il matrimonio e soprattutto sul dono e la realtà dinamica del sacramento, che dà origine alla famiglia.
Questa sera, iniziamo a riprendere il quarto capitolo, «L’amore nel matrimonio», che insieme a quello successivo, «L’amore che diventa fecondo», rappresenta il cuore del documento: si tratta di due capitoli con un contenuto e un linguaggio che sa parlare al vissuto concreto delle nostre famiglie, recuperando una dimensione più ampia che fa spazio anche ai nonni, ai parenti, al complesso mondo delle relazioni familiari.
All’inizio di questa nuova tappa del suo percorso, Francesco indica la sua convinzione che, in certo modo, non basta la ripresentazione della dottrina per garantire un aiuto alle famiglie cristiane, ma occorre di più:
«Tutto quanto è stato detto non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore. Perché non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare» (A.L. 89).
Qui il Papa fa una scelta di grande valore, perché, per mostrare le caratteristiche dell’amore, esperienza centrale nella vita famigliare, tra gli sposi e con i figli, propone una rilettura del celebre “inno alla carità” di San Paolo (1Cor 13,4-7), con un ampio commento che dettaglia tutte le sfumature e gli atteggiamenti dell’agape, dell’amore di Dio e da Dio, che si riflette nell’amore umano (cfr. A.L. 90-119).
Ascoltiamo insieme il celebre testo paolino, che, per sé, è collocato all’interno della sezione della prima lettera ai Corinzi dove l’apostolo tratta dei doni spirituali e delle manifestazioni carismatiche, e del loro discernimento e uso nella vita della comunità (cfr. 1Cor 12 – 14). Il Papa riprende la parte centrale dell’inno, nella quale Paolo illustra con quindici verbi i caratteri dell’amore, chiamato con il termine greco di agápe:
«La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta» (1 Cor 13,4-7).

Non possiamo percorrere in modo dettagliata il commento che il Papa ci offre e che affido a una vostra lettura e meditazione, a una vostra ripresa, magari anche come coppia in famiglia: certo queste pagine ci restituiscono un’immagine realistica e alta dell’amore, e aiutano a comprendere che la carità coniugale, grazia propria del sacramento nuziale, non è altro che l’amore umano santificato, arricchito e illuminato dalla grazia, dall’amore versato in noi dallo Spirito Santo. Allo stesso tempo, diventa evidente che «il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (F.C. 90)» (A.L. 122), e che la più alta e matura forma di amicizia e di affetto è l’amore coniugale, che porta inscritta, nella sua stessa matura l’apertura al definitivo, al “per sempre”.
Un tale amore è l’anima del matrimonio, e proprio l’impegno nel matrimonio diventa custodia e fattore di crescita dell’amore autentico, come donazione totale e irrevocabile, che apporta un bene a tutta la società:
«Voglio dire ai giovani che nulla di tutto questo viene pregiudicato quando l’amore assume la modalità dell’istituzione matrimoniale. L’unione trova in tale istituzione il modo di incanalare la sua stabilità e la sua crescita reale e concreta. (…) Il matrimonio come istituzione sociale è protezione e strumento per l’impegno reciproco, per la maturazione dell’amore, perché la decisione per l’altro cresca in solidità, concretezza e profondità, e al tempo stesso perché possa compiere la sua missione nella società. Perciò il matrimonio va oltre ogni moda passeggera e persiste. La sua essenza è radicata nella natura stessa della persona umana e del suo carattere sociale» (A.L. 131).
Prima di mettere in luce le caratteristiche e le dimensione dell’amore, così come sono tratteggiate da San Paolo e così come sono evidenziate dal commento del Papa, è bene richiamare un punto essenziale, che ha delle ricadute molto concrete nell’esperienza affettiva e matrimoniale: occorre superare l’opposizione tra eros e agape, due parole greche che indicano due modi di amare diversi, ma devono andare insieme e svilupparsi insieme. Qui mi permetto solo di riprendere alcune riflessioni davvero illuminanti di Benedetto XVI, nella sua prima enciclica Deus caritas est (cfr. 2-8), dove il Papa teologo ci aiuta a recuperare una visione integrale dell’amore, che ha in sé un duplice movimento, di conquista e di dono, di passione e di gratuità, di bene per sé e per l’altro.
«3. All’amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano, l’antica Grecia ha dato il nome di eros. Diciamo già in anticipo che l’Antico Testamento greco usa solo due volte la parola eros, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle tre parole greche relative all’amore — eros, philia (amore di amicizia) e agape — gli scritti neotestamentari privilegiano l’ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini. Quanto all’amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova visione dell’amore che si esprime attraverso la parola agape, denota indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio a riguardo della comprensione dell’amore. Nella critica al cristianesimo che si è sviluppata con crescente radicalità a partire dall’illuminismo, questa novità è stata valutata in modo assolutamente negativo. Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all’eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio. Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?
4. Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l’eros? Guardiamo al mondo pre-cristiano. I greci — senz’altro in analogia con altre culture — hanno visto nell’eros innanzitutto l’ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una “pazzia divina” che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. (…) Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione “sacra” che fioriva in molti templi. L’eros venne quindi celebrato come forza divina, come comunione col Divino. (…)
5. Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezione dell’eros nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l’amore e il Divino esiste una qualche relazione: l’amore promette infinità, eternità — una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall’istinto. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. Questo non è rifiuto dell’eros, non è il suo “avvelenamento”, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza. (…)
Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros degradato a puro “sesso” diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell’uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L’apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l’uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l’eros vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.
7. Le nostre riflessioni, inizialmente piuttosto filosofiche, sull’essenza dell’amore ci hanno ora condotto per interiore dinamica fino alla fede biblica. All’inizio si è posta la questione se i diversi, anzi opposti, significati della parola amore sottintendessero una qualche unità profonda o se invece dovessero restare slegati, l’uno accanto all’altro. Soprattutto, però, è emersa la questione se il messaggio sull’amore, a noi annunciato dalla Bibbia e dalla Tradizione della Chiesa, avesse qualcosa a che fare con la comune esperienza umana dell’amore o non si opponesse piuttosto ad essa. A tal proposito, ci siamo imbattuti nelle due parole fondamentali: eros come termine per significare l’amore “mondano” e agape come espressione per l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato. Le due concezioni vengono spesso contrapposte come amore “ascendente” e amore “discendente”. Vi sono altre classificazioni affini, come per esempio la distinzione tra amore possessivo e amore oblativo (amor concupiscentiae – amor benevolentiae), alla quale a volte viene aggiunto anche l’amore che mira al proprio tornaconto.
Nel dibattito filosofico e teologico queste distinzioni spesso sono state radicalizzate fino al punto di porle tra loro in contrapposizione: tipicamente cristiano sarebbe l’amore discendente, oblativo, l’agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall’amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall’eros. Se si volesse portare all’estremo questa antitesi, l’essenza del cristianesimo risulterebbe disarticolata dalle fondamentali relazioni vitali dell’esistere umano e costituirebbe un mondo a sé, da ritenere forse ammirevole, ma decisamente tagliato fuori dal complesso dell’esistenza umana. In realtà eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere. Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà “esserci per” l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. (…) ».
Già queste riflessioni sulla duplice dinamica di eros e agape fanno comprendere la ricchezza che appartiene all’esperienza del vostro amore, al cammino necessario per integrare le due dimensioni di soddisfazione per sé e di dono all’altro che appartengono al vissuto affettivo e sessuale, e soprattutto mostrano come l’amore, nella sua pienezza, non è una pura spontaneità, richiede un lavoro, una vera e propria ascesi, attraverso continue purificazioni.
Nel dialogo potremo provare a leggere in noi la corrispondenza di questo cammino qui prospettato.

Ora, se proviamo a sintetizzare le caratteristiche dell’amore agapico, che dovrebbe assumere e trasfigurare anche l’amore erotico, così come presenti nel testo paolino, possiamo cogliere una grande e ampia gamma di sfumature, con implicazioni quotidiane nel vissuto di una coppia e di una famiglia.
• È un amore paziente, che suppone un animo grande e non meschino, che sa far spazio all’altro, con un senso di profonda compassione e che accetta l’altro, anche quando agisce in modo diverso da quello che uno avrebbe desiderato o atteso (A.L. 93).
• È un amore benevolo, che vuole e promuove il bene, in forma dinamica e creativa (A.L. 94).
• È un amore che rifiuta l’invidia, che il provare dispiacere per il bene dell’altro: un’invidia che porta a centrarsi su di sé (A.L. 95-96).
• È un amore che non si vanta, che non vuole mostrarsi superiore all’altro e non si gonfia, non è arrogante: in questo senso l’umiltà come vera conoscenza di sé e dei propri limiti, è parte dell’amore (A.L. 97-98).
• È un amore che si rende amabile, e perciò non opera in maniera rude, scortese, non è duro nel tratto: soprattutto cerca di non far soffrire l’altro; un amore così nasce da uno sguardo amabile, che va oltre i limiti e i difetti dell’altro (A.L. 99-100).
• È un amore che non cerca il proprio interesse, non persegue ciò che è suo, capace di un distacco generoso: è proprio della carità voler amare piuttosto che voler essere amati (A.L. 101-102).
• È un amore che non si adira, non si lascia vincere e trasportare da una reazione d’indignazione aggressiva: da qui l’importanza del saper fare pace in famiglia (A.L. 103-104).
• È un amore che non tiene conto del male subìto, che non nutre il rancore, permettendo a questo sentimento di crescere e di radicarsi: qui si apre lo spazio per il perdono, dove occorre un cammino. Saper perdonarsi per perdonare e sapersi perdonati da Dio (A.L. 105-108).
• È un amore che non gode dell’ingiustizia, ma si compiace e si rallegra della verità, del bene dell’altra persona, delle sue qualità e delle sue buone opere: tutto ciò è fonte di gioia (A.L. 109-110).
• È un amore che tutto scusa, che sa mantenere il silenzio circa il negativo presente nell’altro, che evita la condanna implacabile, e perciò respinge la diffamazione, il parlare male dei difetti e dei peccati altrui: non perde mai la coscienza che i peccati e i difetti non sono il tutto della persona amata (A.L. 111-113).
• È un amore che tutto crede, che ha fiducia, condizione essenziale per una relazione di libertà, fatta di sincerità e di trasparenza, senza l’ossessione di un continuo controllo (A.L. 114-115).
• È un amore che tutto spera, perché sa che l’altro può cambiare, che ci sono sempre potenzialità nascoste (A.L. 116-117).
• È un amore che tutto sopporta, con spirito positivo, che sa vivere una resistenza dinamica e costante che va oltre una semplice rassegnazione (A.L. 118-119).
Potremo quasi spaventarci davanti a questo “elenco” di caratteristiche dell’amore: chi di noi, chi di voi può dire di viverle e di realizzarle tutte?
Non dimentichiamo che alla radice c’è il dono di un amore che ci precede: l’agape è di Dio ed è da Dio, è Dio che ama così, e questo amore con tutte le sue sfumature lo possiamo vedere e riconoscere in Gesù Cristo. Diventa nostro, in un cammino sempre aperto, per partecipazione, per il dono che egli fa del suo Spirito, effuso nei nostri cuori: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

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Seconda conversazione con giovani famiglie sull’Amoris Laetitia

Oratorio del Carmine – Pavia – domenica 22 gennaio 2017

La scorsa volta, abbiamo percorso il primo capitolo dell’esortazione Amoris Laetitia, dove il Papa offre una sorta di percorso, attraverso le Scritture, e ci aiuta a riscoprire che la stessa Bibbia è innanzitutto storia di famiglie, segnate da limiti, sofferenze e peccati, e in questo modo può diventare per noi una compagna di viaggio.

Come secondo passo del nostro cammino, vorrei riprendere alcuni passaggi del terzo capitolo «Lo sguardo rivolto a Gesù: la vocazione della famiglia» (58-88): lascio alla vostra lettura il secondo capitolo, «La realtà e le sfide delle famiglie» (31-57), nel quale il Papa delinea, in modo sintetico la situazione attuale, ovviamente molto diversificata nelle aree dei cinque continenti, sempre con uno sguardo realista e positivo, senza limitarsi a un elenco di mali e di segnali negativi. Interessante è che tra le sfide, si faccia riferimento anche alla decostruzione giuridica del matrimonio e della famiglia (53), alla pratica dell’utero in affitto nell’orizzonte di una violenza sulle donne e di una mercificazione del loro corpo (54), all’assenza della figura paterna (55) e all’ideologia del gender, con il rischio dell’imposizione di un “pensiero unico” (56). Sono passaggi dell’esortazione silenziati e dimenticati dalla grande stampa e, talvolta, anche in ambito intra-ecclesiale.

Di fronte a tutte queste sfide, che possono divenire paradossalmente delle opportunità, da dove ripartire? Che cosa permette oggi di costruire delle famiglie non perfette, ma belle, vere, autentiche, capaci di affrontare le inevitabili fatiche e prove della vita coniugale, capaci di generare persone con un volto, coscienti di un significato per cui vale la pena vivere, amare, soffrire, costruire?
Una prima scelta e provocazione del Papa è tornare all’essenziale della fede, dando il primato al primo annuncio anche nei confronti delle famiglie, e privilegiare il metodo della testimonianza, per contemplare e sorprendere Cristo vivente e operante in tante storie d’amore e di famiglia:
Davanti alle famiglie e in mezzo ad esse deve sempre nuovamente risuonare il primo annuncio, ciò che è «più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario»[50], e «deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice».[51] È l’annuncio principale, «quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra».[52] Perché «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio» e «tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma» (…) Infatti, non si può neppure comprendere pienamente il mistero della famiglia cristiana se non alla luce dell’infinito amore del Padre, che si è manifestato in Cristo, il quale si è donato sino alla fine ed è vivo in mezzo a noi. Perciò desidero contemplare Cristo vivente che è presente in tante storie d’amore, e invocare il fuoco dello Spirito su tutte le famiglie del mondo (A.L. 58.59).

Occorre immedesimarci in questa posizione del Papa, che desidera guardare Cristo vivente all’opera, nel dono e nella testimonianza di non poche famiglie, e mettersi in atteggiamento di umile domanda allo Spirito, che come eterno amore del Padre e del Figlio, è la sorgente di ogni vero e autentico amore. Questo è il senso del terzo capitolo, che da una parte, racchiude uno sguardo alla novità di Cristo e dall’altra, presenta una breve sintesi dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e la famiglia.

Gesù, infatti, nel suo insegnamento, riconduce il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale, e pone le basi del sacramento del matrimonio, come dono di Dio, che include anche la sessualità (61) e che come unione fedele e indissolubile, fondata sulla fedeltà suprema di Dio:
L’indissolubilità del matrimonio (“Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt 19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio. […] La condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»[55] (A.L. 62).
L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa. Da Cristo attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l’amore di Dio e vivere la vita di comunione (A.L. 63).
Occorre davvero immergersi nella contemplazione del mistero di Gesù, in particolare nella sua nascita e infanzia, nei lunghi anni di vita famigliare a Nazaret (cfr. A.L. 65-66).
Questa contemplazione della vita, dei gesti e delle parole di Gesù, Verbo incarnato, è la radice dell’insegnamento della Chiesa, che si sofferma a mostrare la grazia del sacramento del matrimonio, «il mistero nuziale» (Leone Magno, citato in A.L. 74): è una grazia che impregna e irrobustisce tutta la vita degli sposi, e li rende capaci di amarsi con l’amore unico, fedele e fecondo di Cristo Sposo per la Chiesa, sua sposa.
Il sacramento del matrimonio non è una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno. Il sacramento è un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi, perché «la loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa. Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l’uno per l’altra, e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi»[64] (A.L. 72).
Credo che abbiamo bisogno di riscoprire la realtà del sacramento, che sta all’origine del vostro cammino di sposi e di famiglia, e si tratta di una realtà di grazia, che fa della vostra unione un segno e una partecipazione dell’unione di Cristo con la sua Chiesa. La grazia sacramentale è qualcosa di vivo, di dinamico, è grazia del matrimonio e nel matrimonio, che chiede di essere riconosciuta, accolta, alimentata: è una realtà viva alla quale attingere nella preghiera, non dimenticando mai che c’è una presenza di Cristo su cui possiamo contare, anche nei tempi di prova e di fatica.
Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri».[66] Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi (A.L. 73).
In forza del sacramento, gli sposi non sono soli e non portano da soli gli impegni del matrimonio e della vita in comune:
«… in realtà, tutta la vita in comune degli sposi, tutta la rete delle relazioni che tesseranno tra loro, con i loro figli e con il mondo, sarà impregnata e irrobustita dalla grazia del sacramento che sgorga dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua, in cui Dio ha espresso tutto il suo amore per l’umanità e si è unito intimamente ad essa. Non saranno mai soli con le loro forze ad affrontare le sfide che si presentano. Essi sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione» (A.L. 74).
È su questa base e su questo dono, che si fonda il vostro cammino di sposi, e cresce la capacità di una quotidiana ripresa e di guardare all’altro segno di Cristo, da accogliere, da amare, da ospitare nella propria esistenza, per formare in lui, in Cristo, una sola carne!
Da questo punto di vista, il matrimonio cristiano non è un ideale irraggiungibile, come un orizzonte che sempre si sposta al nostro sguardo, ma, in quanto sacramento di cui voi sposi siete ministri nella Chiesa, è un dono di grazia, affidato e consegnato alla vostra libertà. Un dono che chiede d’essere vissuto e fatto fruttificare nella storia del vostro amore, con i suoi “alti” e “bassi”, e così il matrimonio diviene un vero cammino, dove potete crescere insieme, nella misura in cui restate fedeli alla grazia del sacramento. E questa fedeltà avviene nella Chiesa, nel legame coltivato con una comunità cristiana, nell’amicizia con altre famiglie, nella fedeltà all’Eucaristia e alla Riconciliazione, nella preghiera e nell’ascolto in famiglia della Parola di Dio.
Ma noi crediamo alla forza e alla grazia del sacramento? Ci rendiamo conto della radice profonda del nostro essere sposi? Ci fidiamo davvero di Cristo e della potenza del suo Spirito? Non cadiamo in una una sorta di “naturalismo”, confidando a volte più negli aiuti psicologici (che possono essere utilizzati, ma senza assolutizzarli), che nella forza della preghiera e dei sacramenti?

Altro tema forte e attuale della dottrina sulla famiglia, messo in rilievo dal Papa in questo terzo capitolo, è quello della trasmissione della vita e dell’educazione dei figli (cfr. A.L. 80-85): l’educazione integrale, che comprende anche quella sessuale, è dovere e diritto primario dei genitori, che sono «veri ministri educativi» e che non possono essere sostituiti in toto da altre realtà, come la scuola.
Si afferma, infine, una reciprocità tra famiglia e Chiesa, nel senso che non esiste esperienza reale di Chiesa senza il vissuto e il tessuto di famiglie cristiane, e d’altra parte, ogni famiglia, per vivere della grazia di Cristo, per tenere viva la grazia sacramentale del matrimonio, ha bisogno di respirare di un abbraccio più grande del suo, ha bisogno di crescere dentro un’appartenenza concreta, semplice e incisiva, alla comunità cristiana:
La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana» [102] (A.L. 87).

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Prima conversazione con giovani famiglie sull’Amoris Laetitia

Oratorio del Carmine – Pavia – domenica 4 dicembre 2016

Il senso di questi nostri incontri non è una presentazione o uno studio sistematico dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia, firmata dal Santo Padre lo scorso 19 marzo, solennità di San Giuseppe . Il mio desiderio è sostanzialmente duplice: far nascere in voi la “voglia” di leggere, con calma, questo ricco e lungo testo del Papa, frutto dei lavori di due Sinodi sulla famiglia (2014 e 2015); provare a riflettere sulla vostra esperienza di sposi alla luce dell’A.L., e reciprocamente verificare nella vostra vita, con le sue bellezze e fatiche, la verità di ciò che Francesco ci propone.
Aggiungo una nota preliminare: pur non prendendo in considerazione, tutti i nove capitoli del testo, in questi tre incontri che faremo nei prossimi mesi, dovremo limitare la nostra riflessione solo su alcune delle parti più significative. Nulla vieta, se il cammino sarà utile e positivo, di proseguire il nostro lavoro anche nei prossimi anni: è bene darci del tempo e un aiuto concreto per assimilare uno scritto del Magistero così ampio e denso.

Già dal semplice indice del documento, ci rendiamo conto della sua vastità e delle diverse prospettive della famiglia che qui vengono considerate: vedremo come colpisce subito, in positivo, il linguaggio diretto e semplice del Papa, che sa davvero entrare in tanti aspetti, molto reali e quotidiani delle nostre famiglie, anche perché “la famiglia” in astratto non esiste!
Insieme a questo linguaggio accessibile e non “ecclesiastico”, si nota subito, fin dall’inizio, una tonalità positiva, che non è ingenuo ottimismo – il Papa e la Chiesa sanno bene le difficoltà, le fragilità, la messa in discussione del matrimonio e della famiglia (cfr. Capitolo II, «La realtà e la sfide della famiglia»), tuttavia prevale la coscienza che la famiglia resta una risorsa essenziale per la vita e la felicità degli uomini e delle donne del nostro tempo, e che, nonostante tanti segni di crisi, permane la percezione, magari in molti confusa, che l’esperienza coniugale e familiare è qualcosa di decisivo per il volto e l’identità di ogni persona, per la sua crescita come soggetto sociale. Basta leggere l’inizio dell’esortazione: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, “il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa”. Come risposta a questa aspirazione “l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia”» (A.L. 1).

Come primo passo del nostro cammino, vorrei percorrere con voi il primo capitolo «Alla luce della Parola» (8-30), nel quale il Papa ci offre un itinerario, non esaustivo, su come la Bibbia parla a noi della famiglia, per scoprire lo sguardo stesso di Dio su questa realtà che segna la storia dell’uomo e della donna, fin dagli inizi.
Sarà bene, in questa rilettura che vi propongo, vedere da subito che cosa dice a noi la Parola di Dio, che cosa ritroviamo o non ritroviamo nella nostra esperienza di famiglie, che domande nascono in noi.
Una prima nota apre il percorso di questo capitolo – un capitolo che dovrebbe condurre a andare a leggere e rileggere i passaggi biblici più importanti, qui richiamati: «La Bibbia è popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari, fin dalla prima pagina, dove entra in scena la famiglia di Adamo ed Eva, con il suo carico di violenza ma anche con la forza della vita che continua (cfr Gen 4), fino all’ultima pagina dove appaiono le nozze della Sposa e dell’Agnello (cfr Ap 21,2.9)» (A.L. 8).
Seguendo, come traccia il Salmo 128, Francesco mette in rilievo i soggetti e i tratti essenziali dell’esperienza familiare.

Ciò che fa e costituisce una famiglia, siete innanzitutto voi sposi, che liberamente vi unite in matrimonio, decidendo di condividere tutta la vostra vita:
«Varchiamo dunque la soglia di questa casa serena, con la sua famiglia seduta intorno alla mensa festiva. Al centro troviamo la coppia del padre e della madre con tutta la loro storia d’amore. In loro si realizza quel disegno primordiale che Cristo stesso evoca con intensità: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina?” (Mt 19,4). E riprende il mandato del Libro della Genesi: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gen 2,24)» (A.L. 9).

Qui il Papa rimanda ai testi biblici fondamentali del primi capitoli della Genesi, nei quali, a partire dall’affermazione di Gen 1,27, l’immagine di Dio si dà e si riflette nella differenza irriducibile tra maschio e femmina, una differenza che dice reciprocità, anche nel corpo.
«I due grandiosi capitoli iniziali della Genesi ci offrono la rappresentazione della coppia umana nella sua realtà fondamentale. In quel testo iniziale della Bibbia brillano alcune affermazioni decisive. La prima, citata sinteticamente da Gesù, afferma: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (1,27). Sorprendentemente, l’“immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”» (A.L. 10).

San Giovanni Paolo II parlava di un «significato sponsale» inscritto nella stessa alterità dell’essere maschio e femmina. In questa concezione così unica e originale della Bibbia, c’è un accenno, almeno implicito a una differenza/reciprocità che sono anche in Dio: è il mistero, svelato in Cristo del Dio unitrino.
«La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio (cfr Gen 1,28; 9,7; 17,2-5.16; 28,3; 35,11; 48,3-4). (…) In questa luce, la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore. Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente. Ci illuminano le parole di san Giovanni Paolo II: “Il nostro Dio, nel suo mistero più intimo, non è solitudine, bensì una famiglia, dato che ha in sé paternità, filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Questo amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo”» (A.L. 11).

Da Genesi 2 possiamo trarre altri dettagli luminosi, in particolare due tratti: innanzitutto che l’altro/a è un dono, un aiuto, un segno che Dio offre nel cammino della vita, e che da questo incontro con il “tu” della persona amata, si sviluppa un amore che genera, che è fecondo, che conduce a essere una sola carne.
«Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca “un aiuto che gli corrisponda” (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole» (A.L. 12)

«Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia. Questo è il secondo dettaglio che possiamo rilevare: Adamo, che è anche l’uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta, insieme con sua moglie dà origine a una nuova famiglia, come ripete Gesù citando la Genesi: “Si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne” (Mt 19,5; cfr Gen 2,24). Il verbo “unirsi” nell’originale ebraico indica una stretta sintonia, un’adesione fisica e interiore, fino al punto che si utilizza per descrivere l’unione con Dio: “A te si stringe l’anima mia” (Sal 63,9), canta l’orante. Si evoca così l’unione matrimoniale non solamente nella sua dimensione sessuale e corporea, ma anche nella sua donazione volontaria d’amore. Il frutto di questa unione è “diventare un’unica carne”, sia nell’abbraccio fisico, sia nell’unione dei due cuori e della vita e, forse, nel figlio che nascerà dai due, il quale porterà in sé, unendole sia geneticamente sia spiritualmente, le due “carni”» (A.L. 13)

Nella vita familiare, una grande ricchezza è rappresentata dal dono dei figli, che con i genitori formano la famiglia, la casa, una casa che è chiamata a essere luogo della presenza di Dio e della preghiera, e anche primo luogo della catechesi e della testimonianza della fede (cfr. A.L. 15-16).
«Pertanto, la famiglia è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i loro figli. E’ un compito “artigianale”, da persona a persona: “Quando tuo figlio un domani ti chiederà […] tu gli risponderai…” (Es 13,14)» (A.L. 16).

I figli, in quanto dono, non sono proprietà dei genitori: c’è in loro un’alterità che va rispettata, c’è un mistero che va custodito, c’è una libertà che va educata e accompagnata, ma che non può essere sostituita, man mano che si sviluppa e cresce.

Chiaramente, nella Bibbia, come nella vita reale, la famiglia vive anche l’esperienza delle contraddizioni, delle prove e dei limiti: il Papa parla di «un sentiero di sofferenza e di sangue che attraversa molte pagine della Bibbia» (A.L. 20). In questo senso, l’ascolto della Parola di Dio diventa una fonte di luce e di speranza, che può accompagnare il vostro cammino di sposi e di genitori.
«L’idillio presentato dal Salmo 128 non nega una realtà amara che segna tutte le Sacre Scritture. E’ la presenza del dolore, del male, della violenza che lacerano la vita della famiglia e la sua intima comunione di vita e di amore» (A.L. 19)

«In questo breve percorso possiamo riscontrare che la Parola di Dio non si mostra come una sequenza di tesi astratte, bensì come una compagna di viaggio anche per le famiglie che sono in crisi o attraversano qualche dolore, e indica loro la meta del cammino, quando Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21,4)» (A.L. 22).

La Scrittura mette, infine, in evidenza due tratti che caratterizzano e condizionano profondamente la vita di una famiglia: l’importanza del lavoro e quindi il dramma della precarietà, che magari non pochi tra voi vivono, e della mancanza di lavoro (cfr. A.L. 23-26), e il valore della tenerezza, che appartiene a ogni autentica esperienza affettiva, tra sposi, e co i figli, una tenerezza che si veste di gratuità, di “non- pretesa”, di custodia del mistero profondo, presente nell’altro. Karol Woytjla definiva la tenerezza «l’arte di amare l’uomo nella sua totalità», arte che va appresa con pazienza, con una costante educazione del cuore e dello sguardo: questo è il modo con cui Dio ci ama e nella semplicità della fede, possiamo ogni giorno consegnarci al suo abbraccio e affidare a lui le persone a noi care, il nostro sposo, la nostra sposa, i nostri figli.
«Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta anche un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: la tenerezza. Ricorriamo al dolce e intenso Salmo 131. Come si riscontra anche in altri testi (cfr Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), l’unione tra il fedele e il suo Signore si esprime con tratti dell’amore paterno e materno. Qui appare la delicata e tenera intimità che esiste tra la madre e il suo bambino, un neonato che dorme in braccio a sua madre dopo essere stato allattato. Si tratta – come indica la parola ebraica gamul – di un bambino già svezzato, che si afferra coscientemente alla madre che lo porta al suo petto. E’ dunque un’intimità consapevole e non meramente biologica. Perciò il salmista canta: “Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2)» (A.L. 28).

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La fede nella vita di coppia

Una  settimana  prima  del  nostro  matrimonio,  c’è  stata  data  l’opportunità  di  partecipare  come fidanzati  rappresentanti della diocesi di Milano al Convegno Eucaristico Nazionale ad Ancona.
Nonostante il nome imponente che aveva la piazza (Piazza Plebiscito) il luogo era molto raccolto e a fatto si che si creò un momento di vera intimità. Esattamente sei mesi fa Benedetto XVI ci consegnò queste parole che vogliamo condividere con voi:

“Cari  giovani,  Non  perdete  mai  la  speranza.  Abbiate coraggio, anche nelle difficoltà, rimanendo saldi nella fede. Siate certi che, in ogni circostanza, siete amati e custoditi dall’amore di Dio, che è la nostra forza. Siate certi, poi, che anche la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a  voi  con  grande  fiducia.  Essa  sa  che  avete  sete  di  valori,  quelli  veri,  su  cui  vale  la  pena  di costruire  la  vostra  casa!  Il  valore  della  fede,  della  persona,  della  famiglia,  delle  relazioni  umane, della giustizia”.

In  questi  pochi  mesi  da  coniugi  stiamo  cercando  di costruire  la  nostra  famiglia  giorno  per  giorno con  quei  capisaldi  che  abbiamo  cercato  di  seminare nel  periodo  del  fidanzamento:  il  sapersi accogliere  quotidianamente  nelle  fragilità  e  nelle diversità,  il  comunicare  tra  noi  anche  quando costa fatica e fare “entrare Dio” nella nostra casa.  
Crediamo  infatti  che  il  matrimonio  è  come  un  perno su  cui  girano  tante  aspetti  della  quotidianità:
ma questo perno va lubrificato con la fede…l’avevamo già sperimentato singolarmente nel nostro cammino  da  cristiani  e  ancor  più  oggi  come  coppia  siamo  consapevoli  di  quanto  sia  bello  e importante condividere il dono della fede.  
Concretamente  questo  non  significa  solo  partecipare  alla  celebrazione  eucaristica  ma  anche pregare insieme, e orientare a Dio la realtà del quotidiano, affidandoci a Lui per le scelte importanti e riconoscendo liberamente  le nostre debolezze.  
E come il Papa ci invitava ad Ancona a trarre ispirazione e forza dall’Eucarestia così crediamo che anche la nostra vita coniugale ha senso nella misura in cui ne facciamo dono come pane spezzato e come calice condiviso.  
Per  noi  questo  (essere  pane  spezzato  e  calice  condiviso)  si  realizza  nel  desiderio  di  essere famiglia aperta, che sappia uscire dalle quattro mura di casa per scorgere quale forza può avere nel mondo l’amore che ci unisce.  
Ci  siamo  incontrati  in  ambito  missionario  (presso  i  Saveriani  di  Desio)  e  in  questo  ambito  oggi abbiamo  scelto,  sempre  con  spirito  di  ricerca,  di  far  parte  con  altre famiglie, giovani  e  non,  di  un gruppo di laici saveriani.
Il laicato ci permette di incrementare lo spirito di mondialità che distingue il gruppo missionario. Vi sono  momenti  di  riflessione  attraverso  ritiri  spirituali,    lectio  bibliche,  testimonianze  dei  Padri  diritorno dalle missioni e di alcune famiglie di amici che stanno vivendo un periodo in missione come Fidei Donum. Inoltre facciamo esperienza di conoscenza e incontro con famiglie di altre culture e religioni.  Non  mancano  brevi  convivenze  con  le  famiglie  del  laicato  a  livello  nazionale  e  di  altre congregazioni   missionarie.   Quest’anno   in   particolare   il   cammino   di   formazione   è   orientato all’approfondimento  di  alcuni  temi  scelti  dal  Compendio  della  Dottrina  Sociale  della  Chiesa Cattolica.

Anche in questo senso abbiamo “fatto nostre” le parole di Benedetto XVI:
«Evitate di chiudervi in rapporti  intimistici,  falsamente  rassicuranti;  fate  piuttosto  che  la  vostra  relazione  diventi  lievito di una  presenza  attiva  e  responsabile  nella  comunità.
Non  dimenticate,  poi,  che,  per  essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi  bene”  con  l’altro,  educatevi  a  “volere  bene”  all’altro,  a  “volere  il  bene”  dell’altro.  L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro».

Amoris laetitia nelle diocesi

Amoris laetitia nelle diocesi. A Fossano l’impegno a “sperimentarsi sul campo” con giovani coppie, fidanzati e conviventi

“È un’occasione per abbattere muri concettuali, aprire i cuori e tornare a comunicare con chi da tempo fatica a stare nelle nostre comunità”. Marco Olocco e Margherita Viotti sono i responsabili dell’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Fossano, diretto da don Giuseppe Uberto. Nelle loro parole tutto l’entusiasmo per le nuove prospettive aperte dall’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia cui sono legati a doppio nodo. Innanzitutto, perché parte integrante di un progetto che ora va vissuto nelle diocesi di tutto il mondo. Ma ancora prima perché il loro mandato in diocesi ha avuto inizio proprio nel momento clou del cammino sinodale sulla famiglia, durato per volere di Papa Francesco oltre due anni. Sposati da 10 anni e con un figlio di 5 anni, spiegano Marco e Margherita, “abbiamo ricevuto il mandato nell’ottobre 2015 – proprio nel cuore del Sinodo -, anche se eravamo già parte della Consulta dell’Ufficio da 5 anni circa. Abbiamo accolto questo impegno, avvertendone tutta la responsabilità e con non pochi timori, ma ci siamo affidati e abbiamo aderito a questa chiamata”. Una chiamata resa ancora più affascinante dal documento di Papa Francesco. Ecco, in questa intervista doppia, le riflessioni dei coniugi, alla vigilia di un nuovo anno pastorale.

Come avete accolto l’Esortazione Amoris laetitia in diocesi?
Margherita – Con grande entusiasmo e tanta gioia! Come Ufficio avevamo, infatti, lavorato alla diffusione dei due questionari, relativi ai Sinodi del 2014 e 2015, promuovendoli in ambito diocesano. La partecipazione ha suscitato attesa per le scelte della nostra Chiesa.

L’Esortazione ci è sembrata da subito un vero dono!

Frutto della grazia e della profondità che ha guidato il lavoro dei Padri Sinodali con ricaduta di un grande impegno che ci viene ora richiesto. Non nascondiamo di avere avvertito anche una “tirata d’orecchie” rispetto a quella pastorale un po’ stanca che il Santo Padre denuncia.

L’Amoris laetitia richiede un impegno particolare per comunicare la gioia dell’amore. Concretamente cosa cambia per la pastorale familiare?
Marco – La sfida è provare a ripensare una pastorale che sappia coniugare i messaggi fondanti della dottrina con la testimonianza di un amore gioioso. Affiancare alla proposta di un amore che sia per la vita, la promessa che questa via sia per la piena realizzazione di quelle vite!

Un salvagente per i matrimoni in difficoltà

In un mondo che non sembra darsi peso per la fine di migliaia di matrimoni, con sofferenze e disagi che coinvolgono in modo particolare i figli, una risposta a queste domande è nata all’interno della Chiesa cattolica. Anche in Italia infatti è arrivata da sei anni l’esperienza di «Retrouvaille» (una parola francese che significa «ritrovarsi»). Una realtà nata in Canada e ormai diffusa in diversi Paesi del mondo. Anche in Toscana sono ormai molte le coppie che sono ricorse a questa organizzazione, tanto che da alcuni mesi anche nella nostra regione sono state individuate alcune coppie incaricate di raccogliere richieste e dare informazioni.

L’idea, spiegano Maria Cristina e Andrea Zurli, responsabili fiorentini dell’associazione, è quella di un «salvagente» (che è anche l’immagine scelta come simbolo di Retrouvaille) che viene gettato alle coppie in crisi, per salvare i matrimoni che rischiano di naufragare. L’esperienza è aperta a tutte le coppie ma viene proposta in particolare a quelle (sposate, ma anche conviventi con figli) che soffrono gravi problemi di relazione, che stanno pensando alla separazione o già separate, e che intendono tentare di ricostruire la loro relazione d’amore. L’associazione è nata in ambito cattolico, ed ha solide radici nella dottrina cristiana sul matrimonio e sull’amore di coppia; i suoi servizi però vengono offerti a chiunque ne faccia richiesta, senza fare distinzioni. Una mano tesa verso le coppie che vogliono rimettere in moto il «sogno» che le ha accompagnate all’inizio della loro vita insieme. Gli strumenti sono molto semplici: ascolto, perdono, dialogo. Semplici, ma straordinariamente efficaci: tra le coppie che si rivolgono a Retrouvaille, sottolineano Maria Cristina e Andrea, la percentuale di quelle che tornano insieme è altissima.

Il meccanismo prevede che il primo contatto avvenga attraverso una telefonata. Dopo un primo ascolto, viene deciso se e quando iniziare il programma: perché il percorso sia efficace, entrambi i coniugi devono essere d’accordo a partecipare anche se spesso capita che sia uno dei due a insistere, mentre l’altro inizialmente viene coinvolto con scarsa convinzione. «Il programma Retrouvaille – spiega Andrea – si propone di prendere la coppia dal punto dove si trova (anche il più basso) e farla muovere passo dopo passo, fino alla guarigione completa, attraverso una serie di passaggi ben precisi, codificati (nulla è lasciato al caso, ma tutto è studiato e calibrato alle coppie) che l’esperienza trentennale d’oltreoceano ha messo a punto in modo definito».

Il momento forte, con cui le persone iniziano il loro cammino in Retrouvaille, è un week end in cui diverse coppie si ritrovano insieme, in luoghi isolati, lasciando a casa figli, telefonini e qualsiasi altra distrazione. Tre giorni intensi in cui le coppie lavorano per ritrovare le basi del proprio stare insieme cercando la «guarigione» del proprio matrimonio ferito. È qui, nel week end, con l’aiuto, il sostegno e la testimonianza di altre coppie e di un sacerdote, che in genere i due ricevono quella scossa di cui avevano bisogno. Durante questa esperienza, si trovano «messi a nudo» di fronte alla propria situazione e vengono spinti a cercare, in fondo al loro cuore, la volontà di ripartire. I risultati, spiegano Maria Cristina e Andrea, sono impressionanti: capita di vedere persone che arrivano al week end separatamente, che chiedono camere separate e che alla fine vanno via con il desiderio di ritrovare una vita di coppia. Persone che toccano il fondo della propria disperazione, trovando il coraggio di risalire. Persone che riescono a confessarsi cose mai dette, e che nella sincerità (anche se dolorosa) trovano la forza di aprirsi all’altro. A questo primo incontro segue il «post-week end», una fase di incontri a cadenza settimanale, poi mensile, poi sempre più diradati fino a che la coppia può lasciare Retrouvaille. A meno che non decida (come succede a tantissimi) di restare nell’organizzazione per offrire la propria testimonianza a coppie che vogliono iniziare il loro stesso cammino. «Noi oggi siamo qui a testimoniare – affermano Maria Cristina e Andrea – che c’è una possibilità per le coppie di ripartire… perché l’abbiamo visto in tante situazioni, le più disparate e disperate; ma soprattutto perché, grazie all’insistenza dei nostri amici, abbiamo accettato di percorrere anche noi la stessa esperienza, mettendoci in gioco fino in fondo… e ne abbiamo trovato un gran giovamento».

LA SCHEDA
Il programma di Retrouvaille è costituito da un weekend ed un post-weekend per un periodo di circa 4 mesi. Il weekend inizia alle 20 del venerdì e termina alle 18 della domenica. Il post-weekend prevede un incontro settimanale in piccoli gruppi nella regione di appartenenza. Tutti i contatti sono tenuti nella massima riservatezza, i dati richiesti al momento dell’iscrizione vengono forniti esclusivamente alle coppie animatrici del weekend e del post-weekend della regione di appartenenza per poter contattare gli iscritti.

Per contattare Retrouvaille: numero verde 800.123958 (da numero fisso); 346.2225896 da telefonia mobile. Sito internet www.retrouvaille.it

Reciproca profezia

Lo stretto rapporto tra ogni coppia credente e la sua comunità ecclesiale ha storicamente inizio in un luogo ed in un tempo precisi, per una volontà precisa, durante una celebrazione, un momento pubblico in cui gli sposi scambiano i loro « sì » alla presenza della comunità ecclesiale.  E solo così che può cominciare la storia dei rapporto fra una coppia e la sua Chiesa, che può nascere il coinvolgimento reciproco.  Tuttavia sarebbe, ed è, assai riduttivo ed impoverente limitare il loro incontro alla celebrazione del sacramento, come purtroppo non di rado capita.
La coppia, si è detto, è intimamente chiesa, con una relazione tutta speciale con la grande Chiesa: sta ad ogni coppia credente, ad ogni comunità ecclesiale vivere e scoprire il mistero tutto da svelare di questa relazione, i cammini comuni da percorrere, i rischi da evitare, nella consapevolezza della reciprocità della profezia, della comune responsabilità. Fin dall’infanzia la Chiesa dovrebbe essere percepita e vissuta come amo- re: Chiesa dell’amore sponsale, parentale, fraterno. La Chiesa che si incarna nella coppia e nella sua famiglia è la sola che può offrire la rivelazione di alcuni specifici aspetti dell’infinito e misterioso amore di Dio: l’amore dello sposo, della sposa, del padre, della madre, dei fratello, della sorella.
Senza una coppia e una famiglia in cui tali miracoli d’amore accadono, il dono dell’amore infinito di Dio, del suo bene, della sua verità potrà difficilmente essere incontrato ed accolto.
Perché questo incontro, questa accoglienza avvenga è necessario che l’amore di Dio abbia trovato occasioni umane, «segni tangibili di dono, tramiti d’amore, offerte vitali che rimandino alla sorgente di Vita originaria e definitiva, all’amore senza limite di Dio ».
La Chiesa deve poter essere vissuta anche come luogo di accoglienza dell’altro-da-sé: Chiesa che ricerca, che incontra, che vive la differenza. C’è un’intrinseca, imprescindibile vocazione a cui la coppia-Chiesa e tutta la Chiesa, ambedue comunione d’amore, sono chiamate: quella di vivere la differenza, quella dell’accoglienza dell’altro da sé.
Intendere la Chiesa come comunione tra persone diverse, fra gruppi e fra comunità diverse consente di vedere meglio anche questa dimensione della relazione profonda che c’è tra coppia e Chiesa: se la coppia è chiamata a vivere la differenza, ad accogliere l’altro da sé (non un’accoglienza occasionale o solo psicologica o semplicemente emotiva, ma totale, nella più completa condivisione di carne, di progetti, di salvezza), anche la Chiesa è chiamata a fare altrettanto, dentro di sé ed al di là di sé, a dare sempre più spazio alla varietà delle esperienze, dei cammini, dei ministeri, delle teologie. La Chiesa deve potersi incontrare nella ferialità, nel quotidiano scorrere della vita: Chiesa della ferialità. Pur nella fragilità del cammino a due, la coppia è il luogo dove Dio si mostra possibile nella ferialità, nel tessuto paziente della quotidianità, a cui non è affatto facile rimanere fedeli, nelle relazioni quotidiane che possono alternativamente divenire oscure, grigie, banali o anche ricche di senso, di possibilità di vita.  Nella coppia e nella sua famiglia «vive la Chiesa che celebra il quotidiano con tutte le sue pieghe di luci e di ombre, la Chiesa per la quale Dio si fa presente dentro le case degli uomini; la Chiesa che rivela le orme di Dio sui passi che salgono e scendono le scale dei condomini».
Questa è una dimensione sacramentale di tutta la Chiesa che si incarna specialmente nella vita di coppia e della sua famiglia.
Coppia e Chiesa saranno la Chiesa dell’amore in divenire, dell’amore che cresce e si matura nel tempo. Sono consapevoli di essere comunità di creature, in quanto tali limitate e peccatrici: «Nel matrimonio cristiano infatti è presente la Chiesa Che sa e testimonia come l’amore di relazione sia il progetto di un incontro sempre in divenire, frammento di una creazione non ancora compiuta che tuttavia ha in sé il germe della pienezza.  La Chiesa che si manifesta nella coppia mostra con tutto il suo spessore esistenziale un oggi, un presente indispensabile al domani, al futuro totale di Dio, proprio perché il presente che si fa dono è profezia del futuro, richiamo verso il futuro.  Nell’amore in divenire degli sposi è presente in questo modo il dinamismo di una Chiesa in cammino, che ogni giorno nutre la storia degli uomini di attesa, di ricerca di senso, di speranza, senza impazienze né sentimenti di sconfitta.  Come si legge in Isaia, “quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31)». «Coppia e Chiesa, mentre reciprocamente si confermano nella speranza, si pongono come punto di incontro delle speranze disseminate tra gli uomini che così si legano, si sorreggono, si motivano.
In ascolto del tempo storico, consapevoli della sua complessità, amandone la ricchezza, le inquietudini e le incertezze, coppia e Chiesa possono divenire il segno della speranza teologica che Dio non solo è in ogni tempo, ma avviene, si incarna in ogni tempo.  Perciò la coppia chiesa e con lei la Chiesa tutta, nella concretezza e nella fatica della fede vissuta, diventano, giorno per giorno, profezia di un futuro che si viene facendo, un futuro non solo oggetto dì un’aspettativa puramente contemplativa, ma visibile in una forma storica che già sta crescendo nella vicenda umana e che diventa prefigurazione, anticipazione, volto percepibile e credibile della promessa di Dio».
Tuttavia sono purtroppo comune esperienza modi di intendere vita matrimoniale e vita ecclesiale, che sono altrettanti ostacoli a divenire coppia e Chiesa segni di Cristo, rivelatrici di una storia di salvezza. Innanzitutto quando nella coppia e nella Chiesa – più o meno consapevolmente – prevale l’aspetto istituzionale: è la coppia che resta fedele ad un patto, ma non sa rinnovare né costruire la fedeltà al divenire di due persone; è la Chiesa in cui prevalgono le preoccupazioni per i numeri, per i battesimi, i matrimoni, le ordinazioni, per i codici, per l’organizzazione, per gli spazi di potere; in cui si mortificano l’annuncio e l’incarnazione della Parola, la koinonia e la diaconia; in cui quindi la norma si sostituisce alla vita.
In secondo luogo quando nella coppia e nella chiesa prevale lo spiritualismo, (attenzione: non la spiritualità!), il dualismo fra sacro e profano, fra naturale e soprannaturale: quando la coppia vive una pericolosa frattura tra l’aspetto di fede e quello esistenziale, senza un reale e vitale rapporto tra di loro; quando la chiesa si propone come Regno di Dio, anziché come germe ed inizio del Regno di Dio (Lumen Gentium, 5), non riesce ad assumere la vicenda umana né a condividerla; non riesce a diventare sacramento di una presenza salvifica.

La sponsalità della Chiesa principio di santità coniugale

Se chiedessimo alle coppie di sposi cristiani cosa aiuta la loro vita insieme a mantenersi salda e gioiosa nel corso degli anni riceveremmo molte e variegate risposte: l’amore, la pazienza, il rispetto, la passione, la complicità… Tutte sfumature dell’agire umano che sono necessarie alla vita a due ma non bastano per fare di noi una coppia cristiana.

Cosa ci unisce, ci rafforza, ci spinge ad amarci e sceglierci ogni giorno non è solo la nostra buona volontà o la mitezza d’animo di chi ci vive accanto: è il Sacramento del Matrimonio.

Molti intendono il Sacramento come una specie di benedizione, insomma un mettersi in regola davanti a Dio uscendo pubblicamente allo scoperto e chiedendo a Lui la protezione nei confronti di questa nuova avventura che si sta intraprendendo.

Ebbene, non è questo il nostro matrimonio!

Il Signore attraverso il sacramento del matrimonio ci porge un dono immenso, ci fa partecipare dell’amore che lega la Trinità, che lega il Signore alla sua Chiesa. Non è che noi, dopo esserci sposati, riceviamo un’immagine di amore da Dio a cui ci adeguiamo divenendone una sorta di fotocopia. No! Noi ci amiamo dello stesso amore, siamo assunti nell’amore di Cristo per la sua Chiesa.

Non rifletteremo mai abbastanza su questa frase del Santo Padre rivolta ai Foyers des Equipes de Notre Dame: “La nuova alleanza modella dall’interno l’amore di due sposi; essi si amano non solamente come Cristo ha amato, ma già, misteriosamente dell’amore stesso di Cristo poiché il suo Spirito è loro donato, nella misura in cui essi si lasciano modellare da Lui”.

Non è soltanto una imitazione dell’amore di Cristo, è questo amore realmente partecipato e agito dalla coppia: lo Spirito può fare dell’amore coniugale l’amore stesso del Signore (qui il Santo Padre fa il paragone con la transustanziazione): come trasforma il pane nel Corpo di Cristo, così può trasformare l’amore della coppia nell’amore del Signore.

Si comprende che questo non è un traguardo morale, che si può raggiungere attraverso uno sforzo di volontà, ma è un dono della grazia gia in atto, è un prodigio della fede che sa accogliere la Parola di Dio, come ha fatto Maria, lasciandosi modellare da essa.

Se poniamo al centro del nostro rapporto di coppia questa verità di fede, se iniziamo ad aprire il nostro cuore a questo dono fattoci da Dio, non può che venirci la vertigine.

Ecco, noi due, proprio noi con tutti i nostri limiti, le nostre paure e fatiche, noi ci amiamo dello stesso amore che lega il Padre al Figlio attraverso lo Spirito Santo. Ci amiamo sospinti non solo dalla nostra buona volontà o impegno. Come potremmo noi che non possiamo neppure comandare ad un nostro capello di diventare bianco comandare al nostro cuore di amare per sempre il nostro sposo? Ci rendiamo conto che non è solo questione di costanza o determinazione, dietro due sposi che si amano ogni giorno di più e condividono gioiosamente insieme la loro vita c’è ben altro: c’è Dio stesso.

Farci entrare nel Suo amore è il dono più grande che il sacramento del matrimonio ci fa, così grande che supera la nostra fantasia, le nostre aspettative, e a nessuno di noi sarebbe mai venuto il coraggio di chiederlo. Ebbene, Dio ci ha donato tutto questo racchiudendolo nel nostro cuore.

Eppure noi ci comportiamo spesso come se ciò non fosse mai accaduto. Non chiediamo la grazia di vivere pienamente il nostro sacramento ogni giorno, ogni ora. Abbiamo in noi la sorgente e andiamo a morire di sete nei deserti attorno a noi attratti da falsi idoli (carriera, soldi, casa…) che ci promettono una vita di coppia superficiale e francamente insoddisfacente.

Ma se almeno una volta nella nostra vita di sposi ci siamo fermati a contemplare le meraviglie compiute in noi dal nostro matrimonio, le conversioni quotidiane che ci sono state nel nostro animo e in quelle del nostro sposo, allora abbiamo toccato con mano quanto è forte il sacramento, quanto e come agisce ogni giorno nella nostra casa.

Vivere la grazia sacramentale significa per gli sposi entrare nel mistero del sì incondizionato e assoluto di Cristo al disegno del Padre, e del sì di Maria al mistero dell’incarnazione: come il sì di Cristo significa l’estasi di sé, lo stare fuori di sé per l’altro e nell’altro, così in questa luce, il sì degli sposi riproduce ed incarna il dono nuziale di Cristo e della Chiesa. E’ un amore meravigliosamente nuziale, forte e passionale, rispettoso delle diversità, tenacemente rivolto alla sua amata: Dio non smette mai di seguirla anche quando essa si allontana, tradisce o si perde. Troviamo descritto questo amore così intenso in tutta la Sacra Scrittura dalla quale apprendiamo che Dio è per Israele non solo il padre o l’amico, ma lo Sposo e vuole celebrare le nozze con la sua sposa, cioè l’umanità intera.

La comunità di vita e di amore della coppia e della famiglia è chiamata chiesa domestica perché incarna e manifesta il rapporto nuziale d’amore tra Cristo e la Chiesa. Siamo chiamati ad amarci come Cristo ama la Chiesa. La nuzialità è la forma del mistero di Dio, il modo di essere di Cristo, il modo di essere e di operare della Chiesa che, come sposa si presenta e si offre rispondendo alla chiamata del Cristo suo sposo.

E’ grazie a questa sponsalità che si può parlare di santità della Chiesa prima e degli sposi poi. La santità della Chiesa deriva proprio dal fatto che essa è intimamente unita a Cristo e dipende quindi totalmente dall’unione con Lui. Lumen Gentium, il documento conciliare sulla santità della Chiesa, usa due immagini per esprimere la profondità di questa unione. Quella del “corpo mistico” dove il Corpo è l’insieme di tutti i membri uniti al Capo (Cristo) e tra di loro, e quella che in questa sede più ci interessa della nuzialità.

La nuzialità rappresenta forse l’intuizione teologica più bella del Concilio Vaticano II che sottolinea come lo Sposo (Cristo), amando la Sposa (Chiesa) e donandosi a Lei la santifica. Viene così sottolineata la categoria dell’amore come elemento che unifica e fa diventare i due “una caro”.

C’è dunque uno stretto parallelismo tra unione e santità e noi crediamo fermamente che più diventiamo uno in coppia più ci avviciniamo alla meta della santità. Cari sposi, volete diventare santi? Bene, vivete fino in fondo la realtà del vostro sacramento che attraverso il vostro dono personale, totale e fecondo vi rende “una cosa sola”. Ciascuna famiglia è chiamata ad avere questa consapevolezza perché possa manifestare nell’ordinario la santità vivendola concretamente ogni giorno grazie al dono dello Spirito Santo. La via alla santità per una famiglia passa attraverso l’ascolto dello Spirito Santo. Saper discernere con chiarezza la sua voce in ogni momento della nostra vita, essere duttili ai suoi “suggerimenti”, sono esercizi quotidiani dai quali non possiamo prescindere. L’azione dello Spirito Santo nell’edificazione della coppia non si esaurisce nella creazione dell’una caro, ma è all’opera anche nel suscitare e “compaginare” i doni dati al marito e alla moglie, facendo sì che essi si completino a vicenda, non si pongano in concorrenza e siano tutti ordinati e resi efficaci nell’agape, nella carità. “Imparare ad essere due in una sola esistenza concreta, passare dalla diversità lontana e antagonista alla comunione-cooperazione-unità; sentirsi non più padroni di sé e degli altri ma servi, comporta una dura scuola quotidiana, allenamento continuo nelle virtù, grande vicinanza con Dio, coscienza di svolgere un grande compito”. Tutto ciò diventa possibile se impariamo a riconoscere chi è lo Spirito Santo e come agisce nella nostra coppia.  La santità infatti è una, ma differenziata, non si può fotocopiare. Per questo dobbiamo metterci in ascolto dello Spirito, poiché il nostro rapporto con Dio è personale. La chiamata alla santità comporta che ognuno entri fino in fondo nella sua realtà, nella sua vocazione e su quel terreno accolga e si sottoponga all’azione dello Spirito Santo. E’ ovvio che ciò non significa in alcun modo ritagliarsi una propria santità all’insegna del soggettivismo più arbitrario. Lo sappiamo, che i cammini personali per il cristiano sono inseriti nella comunione della Chiesa e hanno il riferimento oggettivo nella Parola e nei Sacramenti. E’ anche bene ricordarsi che la santità si nutre di misericordia. La santità è un cammino permanente nella misericordia del Signore. Santità non è perfezionismo. Il perfezionismo è un’immaginazione illusoria che ci costruiamo noi sulla santità. Il Vangelo non vive mai di illusioni: “nessuno è buono, se non Dio solo”. L’autentica santità, lo ripetiamo, è Dio che ci partecipa la sua stessa vita nel dono dello Spirito e ci chiama a vivere nella docilità dei figli scegliendo l’amore in ogni nostra risposta.

Il matrimonio cristiano è in questo senso una pasqua, una morte a se stessi e una vita per Dio e per l’altro perché questo essere riferito all’altro è essenzialmente pasquale.

Questo rappresenta per gli sposi una vocazione a rivivere, nella loro esperienza di vita, i misteri che hanno caratterizzato la vita di Cristo, a partire da quello dell’incarnazione fino a giungere a quello della Pentecoste, passando attraverso la Pasqua, mistero di morte e risurrezione.

L’esperienza alla quale gli sposi sono chiamati è quindi un vivere ed un ri-vivere, nella propria carne attraverso il dono totale di sé, il mistero dell’amore di Cristo, che si è dato per noi fino all’estremo, fino alla morte e oltre la morte.

Le stagioni che attraversa una famiglia sono tante e a volte si susseguono così velocemente che se non ci radichiamo in Cristo corriamo il rischio di essere travolti dagli eventi e perdere noi stessi, il nostro coniuge e i nostri figli correndo forsennatamente non si sa dove e perché. Forse mai come oggi una coppia santa è quella che riesce a mettere al primo posto la relazione che la costituisce e si ingegna a trovare il modo per mantenerla sempre profonda e lo testimonia con il suo rapporto.

Gli sposi, vivendo il sacramento del matrimonio, sono chiamati a diventare santi vivendo una spiritualità incarnata nella ferialità e nella corporeità.

Dal sacramento scaturisce la spiritualità della coppia che si pone dentro la trama degli eventi quotidiani, vissuti nella dinamica del dono di sé, e costituisce il tessuto concreto dell’amore sponsale.

La preghiera genera e rafforza il dono e l’accoglienza reciproca, e induce a mettere l’altro al centro dell’attenzione, a servirlo e promuoverlo nella sua originalità.

La potremmo chiamare la spiritualità di essere un solo corpo, dell’essere una sola carne, questo corpo con il quale voglio vivere pienamente l’accoglienza del tuo corpo, vale a dire della tua persona, in modo concreto, continuo, come Cristo si è incarnato in una situazione concreta, a Nazareth, con un dialetto, con un tipo di casa, con un tipo di lavoro e si è incarnato fino in fondo.

L’imitazione di Cristo Sposo significa una spiritualità della gratuità, piena, completa, concreta che mi porta a mantenere sempre viva la relazione tra di noi e così il sacramento del matrimonio: è lo Spirito che ci viene incontro e sostiene in questo percorso, compresa la sopportazione di quel difetto, di quella noia, di quella difficoltà, di quel problema…

È la spiritualità dell’ordinario perché è sinonimo di incarnazione.

Ciò significa che devo recuperare il valore spirituale dell’ordinario come possibilità di crescita nella vita della Spirito, che vuol dire nella vita dell’amore.

Quando noi sposi sfruttiamo un’ora di Messa ma non sappiamo sfruttare tutte le altre ore dei sette giorni della settimana, che alleanza abbiamo celebrato?

Che amore totalizzante abbiamo celebrato nell’Eucaristia se questa non riesce ad andare ad arricchire il nostro vissuto ordinario?

Quando ci alziamo alla mattina, quando andiamo a lavorare, ecc., tutto viene arricchito se siamo, capaci, come sposi, a vivere nella dinamica del dono che scaturisce dal sacramento che abbiamo scelto, le varie situazioni e circostanze che si presentano

È ancora una spiritualità della riconciliazione. L’amore grande che è dentro nel cuore di Cristo Sposo è l’amore capace di riconciliazione costante.

Sempre guardando a Cristo Sposo nella Pasqua è una spiritualità gioiosa: Familiaris Consortio al  n°52 afferma: “La famiglia cristiana, soprattutto oggi, ha una speciale vocazione ad essere testimone dell’alleanza pasquale di Cristo”, gli sposi sono chiamati ad esprimere questa alleanza pasquale nella loro carne “mediante la costante irradiazione della gioia dell’amore e della sicurezza della speranza, della quale deve rendere ragione”.

Se chiedessimo a Dio cosa sognava quando ha creato la coppia forse ci risponderebbe questo: “Sognavo una realtà viva e pulsante che dicesse al mondo il volto del mio amore, sognavo una fede annunciata da sposi e genitori che, luminosi nella loro gioia, fossero il sale e la luce della terra con la forza scaturita dal sacramento che li unisce. Ed ora guardando a voi, cari sposi, vedo la bellezza del progetto che si sta attuando nei vostri cuori, nella vostra famiglia e nella Chiesa tutta”.

Davide e Nicoletta Oreglia

Quale speranza oggi, per la famiglia nella chiesa

«Nel corso dei secoli, la Chiesa non ha fatto mancare il suo costante insegnamento sul matrimonio e la famiglia. Una delle espressioni più alte di questo Magistero è stata proposta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, che dedica un intero capitolo alla promozione della dignità del matrimonio e della famiglia (cf. Gaudium et Spes, 47-52). Esso ha definito il matrimonio come comunità di vita e di amore (cf. Gaudium et Spes, 48), mettendo l’amore al centro della famiglia, mostrando, allo stesso tempo, la verità di questo amore davanti alle diverse forme di riduzionismo presenti nella cultura contemporanea. Il “vero amore tra marito e moglie” (Gaudium et Spes, 49) implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino (cf. Gaudium et Spes, 48-49). Inoltre, Gaudium et Spes 48 sottolinea il radicamento in Cristo degli sposi: Cristo Signore “viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio”, e con loro rimane. Nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità. In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica (cf. Lumen Gentium, 11), così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino» (Instrumentum Laboris, 4).

«Sulla scia del Concilio Vaticano II, il Magistero pontificio ha approfondito la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. In particolare, Paolo VI, con la Enciclica Humanae Vitae, ha messo in luce l’intimo legame tra amore coniugale e generazione della vita. San Giovanni Paolo II ha dedicato alla famiglia una particolare attenzione attraverso le sue catechesi sull’amore umano, la Lettera alle famiglie (Gratissimam Sane) e soprattutto con l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio. In tali documenti, il Pontefice ha definito la famiglia “via della Chiesa”; ha offerto una visione d’insieme sulla vocazione all’amore dell’uomo e della donna; ha proposto le linee fondamentali per la pastorale della famiglia e per la presenza della famiglia nella società. In particolare, trattando della carità coniugale (cf. Familiaris Consortio, 13), ha descritto il modo in cui i coniugi, nel loro mutuo amore, ricevono il dono dello Spirito di Cristo e vivono la loro chiamata alla santità» (Instrumentum Laboris, 5).

«Benedetto XVI, nell’Enciclica Deus Caritas Est, ha ripreso il tema della verità dell’amore tra uomo e donna, che s’illumina pienamente solo alla luce dell’amore di Cristo crocifisso (cf. Deus Caritas Est, 2). Egli ribadisce come: “Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (Deus Caritas Est, 11). Inoltre, nella Enciclica Caritas in Veritate, evidenzia l’importanza dell’amore come principio di vita nella società (cf. Caritas in Veritate, 44), luogo in cui s’impara l’esperienza del bene comune» (Instrumentum Laboris, 6).

«Papa Francesco, nell’Enciclica Lumen Fidei affrontando il legame tra la famiglia e la fede, scrive: “L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità” (Lumen Fidei, 53)» (Instrumentum Laboris, 7).

Quale speranza oggi, per la famiglia nella chiesa

Mistero di tenerezza infinita
Nessuno tra i poeti ed i pensatori ha trovato la risposta della domanda: “Che cos’è l’amore?” (…)
Volete imprigionare la luce? Vi sfuggirà tra le dita (P. Evdokimov).
E’ alla luce di questa positiva provocazione che vogliamo bussare alla porta della famiglia, accostandoci con delicatezza e, nello stesso tempo, con rispettosa curiosità al “mistero” fecondo dell’amore coniugale nel suo concreto snodarsi dei giorni e del tempo impastato dal desiderio di eternità che ogni amore porta in sé.
Consapevoli che, se quest’oggi ancora ci troviamo a riflettere sulla famiglia chiedendoci che cosa essa sia, ciò è sintomo di qualcosa di molto serio che sta accadendo in mezzo a noi. Se noi ci chiediamo quali siano i volti della speranza per la famiglia nella Chiesa è segno che, al di là delle pur doverose prese di posizione ufficiale e delle indicazioni di percorso, occorre stanare, con piglio deciso, le ragioni più vere di un legame di recipro
cità che lega famiglia e Chiesa e trasferirne le conseguenze nella prassi pastorale.
Non ci vogliamo nascondere le difficoltà che si frappongono ogni giorno alla costruzione delle nostre famiglie e che sembrano spesso vanificare i
nostri sforzi nella ricerca di un bene sempre più grande e condivisibile, come non vogliamo sottrarci alle provocazioni e alle sfide che ci vengono 

lanciate dalla cultura contemporanea sempre più incerta tra la ricerca degli affetti e l’allergia ai legami.
Ma dove possiamo cogliere la bellezza di questo dono per la Chiesa e la società? Come possiamo custodirlo e farlo crescere secondo il disegno di Dio?
Sarebbe molto proficuo chiederlo al cuore delle nostre famiglie, attraverso uno scambio e una comunione coraggiosa e sincera (è questa la primiti va vocazione della Chiesa come luogo di comunione … altrimenti chi lo farà?), per cogliere, in questi “laboratori di relazioni”, il segreto dell’amore e della tenerezza. Sono queste famiglie che lottano e sperano ogni giorno la vera fonte della speranza che, al di là delle statistiche a volte così opprimenti, si consegnano come capitale sociale sempre attingibile. Ma sono anche le migliaia di cellule di vita che sono i gruppi di famiglie che sotto diverso titolo si incontrano regolarmente, nelle parrocchie, nelle associazioni, nei movimenti … per comunicarsi la vita. Questa è immis
sione silenziosa e forte di una nuova cultura della vita e dell’amore.