Chiamati alla santità nella e per la chiesa

La chiamata degli sposi alla santità non è qualche cosa che riguarda soltanto loro, un “bene privato”, destinato alla loro realizzazione personale: è anche un “bene comune”, un dono per la comunità.
Così si esprime il Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia: “Illuminata, guidata e sostenuta dallo Spirito Santo, in gioiosa fedeltà al mandato ricevuto, la Chiesa avverte con freschezza sempre rinnovata l’urgente responsabilità di annunciare, celebrare e servire l’autentico «Vangelo del matrimonio e della famiglia»
Ed è lo stesso Direttorio a spiegare il duplice significato dell’espressione:

  • da un lato la Chiesa è chiamata ad annunciare agli sposi e alla comunità ciò che il Vangelo dice sul matrimonio e sulla famiglia, quello che chiamiamo “il lieto annuncio di Dio sull’amore umano”;
  • dall’altro lato si vuole affermare che la vita matrimoniale e familiare, quando è vissuta secondo il disegno di Dio, costituisce un “vangelo”, cioè un “lieto annuncio” per la comunità: gli sposi con la loro vita sono segno sacramentale dell’amore di Dio, sono chiamati ad un servizio nella comunità, non solo per quello che fanno, ma anzitutto per quello che sono.

Gli sposi cristiani infatti sono – per dirla con don Tonino Bello – un’icona vivente della Trinità: attraverso la loro vita si può contemplare il volto di Dio, capire un po’ di più chi è Dio, quale è la sua natura profonda. Con una immagine ardita, ancora di don Tonino, la famiglia è una “agenzia periferica della Trinità” (è un linguaggio bancario!). È come dire che la Trinità è la banca centrale e le famiglie sono come tante agenzie periferiche, nelle quali circola la stessa moneta, la stessa ricchezza. Ogni famiglia è in grado di esprimere un tratto della ricchezza di amore che circola all’interno della Trinità, è in grado di rendere presente sacramentalmente l’amore di Dio nella storia degli uomini.

A questo proposito, vale la pena ricordare un altro testo che si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica: “Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui; se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio agli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa, servono alla edificazione del popolo di Dio”.
Siamo sempre stati abituati a pensare che il sacerdozio e la vita religiosa sono un servizio alla comunità: uno si fa prete o religioso/a non per se stesso, ma per gli altri, e questo è sempre stato ovvio, anche se non sempre pienamente realizzato.

Ma il matrimonio era ritenuto in passato come un affare privato della coppia, o al massimo un evento che riguardava la famiglia e gli amici. Per questo era consentito celebrare il matrimonio ovunque, in qualsiasi cappella privata; la comunità era estranea e la si teneva lontana come si tengono lontani i curiosi che voglio mettere il naso nel privato delle persone.

Il Catechismo ci richiama che il Matrimonio, come l’Ordine sacro, è “ordinato alla salvezza altrui”, quindi che è un sacramento per la comunità. Anzi, come il sacerdozio ministeriale e sullo stesso piano, è costituito per la “edificazione del popolo di Dio”.

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