Debitum coniugale

“Se proprio vuoi sposarti devi essere disposta a morire o ad andare all’inferno!”
Questa la perentoria affermazione, per niente incoraggiante, con la quale la madre di lui aveva accolto la futura nuora al loro primo incontro.
Ecco riapparire, dalle profondità del passato, la sua immagine severa: la biblica donna forte, timorata di Dio e piena di domestiche virtù, che avrebbe segnato indelebilmente il proprio figlio ma, come spesso avviene, con effetti contrari alle sue intenzioni.
Lei avrebbe voluto scrivere un libro contro la condizione matrimoniale, il figlio ne scrisse molti a favore, lei accettava come inevitabile martirio le numerose gravidanze che il “debitum” coniugale, puntualmente osservato, comportava, lui, ben deciso a vederci chiaro, studiò e diffuse i metodi naturali di regolazione delle nascite che, liberando la coppia dagli imprevisti del caso, la portano a gestire responsabilmente e serenamente i tempi di un  concepimento desiderato.
Paradossalmente, se non ci fosse stata la presa di posizione radicale di questa donna tutta d’un pezzo, che metteva in luce quanto di ingiusto, di ambiguo, di sofferto veniva sottinteso nella visione tradizionale del matrimonio, non ci sarebbe stata, per la nostra coppia, la scoperta della dignità, della bellezza, della felicità di un autentico amore coniugale.
Era dunque da ringraziare e da riconoscere la provvidenzialità della sua storia, confluita e racchiusa ora, come un dono materno, nell’anello nuziale del figlio.
Ciò non toglie che questa virago, all’inizio, avesse fatto un po’ paura alla nuora, chiaramente perdente nei suoi confronti per quanto riguarda tutti gli aspetti pratici ed economici di una gestione domestica.
Non era stata facile la sua vita: sullo sfondo di un ambiente contadino, dove le ore di lavoro dipendevano dal sole, con un marito che lei definiva “buono come il pane”, ma rinunciatario di ogni responsabilità, questa matriarca aveva portato avanti la sua famiglia indirizzando tutti i suoi figli agli studi, che considerava un bene troppo importante per essere trascurato, forse perché non le era stato concesso.
Rimaneva però un conflitto di fondo tra uno spirito ribelle e la sottomissione coniugale, in nome della obbedienza ai suoi fermissimi principi religiosi.
Il giorno dopo il matrimonio lei era andata, diretta, dal suo parroco, per dirgli che aveva sbagliato vocazione e si era sentita rispondere: “Figlia mia, ormai è troppo tardi!”
Perciò aveva morso il freno ed era andata avanti, mettendo al mondo nove figli ed educandoli tutti con la stessa severità e fermezza con cui dirigeva i suoi dipendenti nel lavoro dei campi.
Da dove era venuta allora nel figlio tutta la tenerezza, la fiducia, la positività che avrebbe caratterizzato la sua vita sessuale?
Questo è uno dei misteri del rapporto educativo, che depongono per la libertà dell’uomo, il quale ha la possibilità di reagire in modo personale ai diversi condizionamenti e non può essere programmato, a dispetto di tutte le teorie pedagogiche, più o meno scientifiche.
Una cosa però è certa: quando i figli recepiscono l’onestà e la verità che sta nel fondo degli atteggiamenti del genitore, quando avvertono nel suo cuore una passione sincera, non la dimenticano e in qualche modo, magari nelle forme più impensate, la riproducono nelle loro scelte di vita.
Così questa donna, senza volerlo, aveva trasmesso il senso della dignità della persona nel rapporto di coppia e, nello stesso tempo, la sottomissione ai principi della sua fede religiosa che, pur costringendola, l’aveva sempre sorretta.
Sciogliere questo nodo era stato il compito, la sfida, di un figlio particolarmente intelligente e motivato.
Era l’epoca in cui si facevano i primi passi nelle conoscenze dei ritmi fisiologici della donna nel suo apparato riproduttivo.
Si vide che la donna non era sempre fertile, come si pensava, e che si potevano individuare in lei, con metodi più o meno sicuri, i periodi di fecondità e i periodi di sterilità, da utilizzare secondo i fini che la coppia si prefiggeva.
Si incominciò con il metodo di Ogino – Knaus , strano connubio tra un medico giapponese che puntava essenzialmente sulla statistica e un chirurgo austriaco che, operando le sue pazienti, poteva controllare “de visu” lo stato delle loro ovaie nei vari momenti del ciclo.
Erano solo gli inizi, ma la strada era aperta e il figlio, medico, la percorse con entusiasmo, affiancandosi alle ricerche più approfondite sulla sintomatologia che accompagna e rivela nella donna il fenomeno dell’ovulazione.
Lavorando in collaborazione con le numerose coppie che aveva in cura, come medico e come consulente, studiò e analizzò i metodi naturali che via via venivano divulgati: quello di Billings, quello di Roetzer e poi quelli combinati: i sintotermici e i ciclotermici…e infine quello del muco cervicale e della capacità spermatica, conosciuto proprio come il metodo Bonomi.
A questo punto però la sua ricerca non era finita, perché si apriva un orizzonte vastissimo di valori umani, erotici e religiosi da scoprire e da vivere, a cui avrebbe dedicato il resto della sua vita.
Lui non voleva soltanto liberare la donna e la coppia da quella ignoranza che, nel passato, aveva condizionato i rapporti coniugali con lo spauracchio di una gravidanza indesiderata.
Questo non era che la premessa, la parte più importante era il significato che ora la coppia poteva dare a tutto il suo gestire sessuale, scoprendone il valore profondo per il quale era stata pensata dal suo Creatore.
Poteva così ricomporsi i dissidio che aveva tormentato sua madre: le leggi della natura e le leggi di Dio non erano in contrasto, ma rispondevano ad un unico progetto, che chiedeva solo di essere umilmente riconosciuto ed attuato con serenità e fiducia, per portare su questa terra, con l’amore coniugale, un riflesso dell’immenso amore della Trinità di Dio.

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