Del fare il pane

“Questo pane è immangiabile!”  protestava spesso lui diffidente davanti a bellissimi panini, appena arrivati sulla tavola dal negozio del panettiere.
“Se sono friabili non sai che cosa ci mettano dentro per renderli così, se sono croccanti il giorno dopo sono secchi e duri, oppure si tirano come degli elastici!”
“ Mi sembra che dovremmo accontentarci” replicava lei conciliante, dal momento che non possiamo metterci a farlo noi, il pane.”
“E perché no?” disse lui una volta, deciso “Possiamo provare.”
“Mia madre, in tempo di guerra, faceva del pane che era un sogno!”  ricordava lei, nostalgica.
“Eravamo sfollati in una cascina per paura dei bombardamenti e lì, ogni settimana, si faceva il pane.
Mia madre aspettava che fosse finita l’infornata del fittabile, che era il piccolo feudatario di quell’ambiente medioevale, e poi, per sua gentile concessione, riscaldava il forno con una mezza fascina di legni secchi e vi introduceva i suoi bei pani che aveva fatto lievitare nella notte.
E noi bambini aspettavamo con impazienza che ne uscissero.  Avevano un colore e un profumo che ci facevano gola più di qualunque torta, forse perché allora l’appetito non  mancava!”
“Non c’è bisogno che ci sia la guerra per fare anche noi il pane”  disse lui “è semplicissimo: farina acqua e un po’ di levito e l’impasto è fatto!”
Già, l’impasto è fatto, ma  la lievitazione e la cottura?  Tutte cose che richiedono un po’ di esperienza.
Lui non conosceva difficoltà pratiche, una volta conquistato da un’idea.
Incominciò così la guerra del pane, perché le cose non erano poi tanto semplici come sembrava.
I primi tempi i panini, dopo la cottura, erano duri e pesanti come pietre, rotondi e compatti potevano servire egregiamente come originali fermacarte, ma si dovevano pur mangiare.  Non si butta via il pane!
Poi, poco alla volta cedettero alla forza della ragione che aveva imparato ad applicare le regole della panificazione.
Di volta in volta miglioravano i tempi e i modi della lievitazione e della cottura, fino a raggiungere livelli quasi ottimali.
I panini docilmente si gonfiavano sotto gli occhi soddisfatti di lui, che li aveva impastati a lungo, con le sue mani sicure e delicate a un tempo, le stesse mani da medico esperto che, dopo aver palpato e schiacciato ben bene la pancia dei loro bambini con qualche problema, le riferiva sorridendo: “Addome disteso e ben trattabile.”  E lei tirava un sospiro di sollievo!
Si passò poi ad esperimenti più sofisticati.
Già, perché c’è farina e farina, lievito e lievito, acqua ed acqua.
Tutti gli ingredienti erano in grado di “personalizzare” e perfezionare il prodotto finale.
Per non parlare degli additivi che, pur restando nella categoria degli elementi più genuini, potevano produrre delle interessanti varianti di gusto: sale, olio, latte, un po’ di zucchero?
“Proviamo!” diceva, e la cosa si faceva divertente.
“Perché non ci metti un po’ più di zucchero, di uvetta e di pinoli e non mi fai un bel panettone per le feste?”  Ma la proposta di lei non venne mai presa in considerazione.
“Non si può” diceva “ci vuole un’attrezzatura e un’arte speciale, però , se vuoi, facciamo il pane con l’uva, da piccolo lo mangiavo!
A volte il risultato era un successo, a volte un disastro.
Allora lui e lei, complici e colpevoli, consumavano silenziosamente il prodotto e ricorrevano al panettiere per gli altri commensali.
“Ho visto la pubblicità di una macchina che fa tutto da sola: impasta e cuoce il pane senza che tu debba muovere un dito, vuoi che te la regali per Natale?”
Gli propose lei, un giorno, in cerca di idee-regalo per le feste.
“Assolutamente no.”  fu la risposta  “E la soddisfazione di dosare, impastare, programmare il tutto dove la metti?
Niente macchine. Il pane è un elemento povero e indispensabile alla nostra vita.
Se lo trattiamo con semplicità e rispetto ci aiuta a ritrovare quel rapporto essenziale che tutti noi dovremmo avere con le cose, specialmente le più comuni, che ci riconducono a Dio.”
Fare il pane diventava così una specie di rito religioso, qualcosa di sacro nasceva da quei semplici gesti e riempiva la casa, accogliendo coloro che vi entravano con il profumo buono che usciva dal forno.

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