Il lavoro di lei

Un antico detto orientale divide saggiamente le età della vita in quattro periodi di un ventennio ciascuno e ne specifica i compiti: il primo periodo deve essere dedicato a se stessi, il secondo alla famiglia, il terzo alla società e il quarto a Dio.
Lei, senza volerlo, si mosse pienamente in sintonia con questa prospettiva di lavoro, pur con una certa elasticità nella suddivisione dei tempi, in obbedienza alle dinamiche della propria storia.
Così i primi vent’anni si erano un poco allungati per permetterle di completare gli studi, che non sono un lavoro di poco conto, ma anche una bella ricchezza che lei sentiva come un privilegio.
Studiare è una magnifica avventura, con tutte le fatiche e le difficoltà che si possono incontrare, è un passaporto per entrare nel regno dei fini, nella comunità degli esseri ragionevoli di kantiana memoria, e lascia un segno indelebile in un animo giovane e appassionato.
Lei ci si trovava bene e, a dire il vero, nella sua mentalità sostanzialmente escatologica, avrebbe saltato volentieri gli altri due stadi previsti dal saggio cinese per approdare direttamente allo stadio religioso.
Non si sentiva particolarmente portata alla vita di famiglia e a quella di società, le sembrava più semplice e più sicuro entrare subito nella vita religiosa, senza aspettare la vecchiaia che nessuno ha la garanzia di raggiungere.
Ma mentre navigava tranquilla verso questi lidi, convinta di poter autonomamente pianificare il proprio futuro, Qualcuno le stava preparando un’incredibile sorpresa.
Una sorpresa?
Ma se era da sempre che desiderava avere di fronte a sé quella persona unica, inequivocabilmente sua, che la chiamasse per nome e la riconoscesse come ossa delle sue ossa, carne della sua carne!
Da sempre (ora lo vedeva chiaramente) portava dentro di sé, forte come una ferita,  il desiderio di un abbraccio vitale che la ricomponesse nella sua unità originaria e le permettesse di incarnare quelli che fino allora erano stati solo sentimenti e astratti  pensieri .
Così, naturalmente, felicemente, lei entrò nello stadio dedicato alla famiglia senza averlo previsto, ma trovandosi straordinariamente preparata, come se in tutti gli anni precedenti non avesse aspettato altro.
Ora l’aspettavano altri vent’anni di una attività ben diversa,  un lavoro particolare, fatto di fatica fisica e morale, di lacrime e di sorrisi, di timori e di speranze.
Costruire una coppia, una casa, una famiglia era comunque la cosa  più bella del mondo, era la sua vocazione e quel lavoro che svolge una donna tra le mura della sua casa, che viene banalmente chiamato lavoro domestico, le dava modo di sentirsi vivere in pienezza, di servire nell’amore.
Al confronto tutte le altre attività più professionalmente qualificate, più socialmente riconosciute, più abbondantemente pagate, le sembravano passatempi secondari, se paragonate all’importanza unica di creare e custodire una famiglia, con tutto il quotidiano esercizio di pazienza, di fantasia,di sacrificio che comporta.
Non restava neppure il tempo di soffermarsi a pensare al tempo che passa, assorbiti dal miracolo del nascere e svilupparsi della vita.
Gli anni, però, velocemente passarono, allora “Ecco, Signore,”  disse lei “la base della nostra famiglia è ben costruita, il mio compito domestico non è finito, ma non è più così determinante, ora potrei pensare un po’ a quelli che stanno al di fuori della nostra casa, in particolare ai bambini, che ho imparato ad amare nei miei figli.
Dimmi. Che cosa posso fare da grande?”
Prese un foglio e vi scrisse, come faceva sempre nei momenti di perplessità, le possibili risposte alle sue domande.
“Scrivere un libro?
Non ho, al momento, l’ispirazione necessaria, e poi non so se sia utile.
Adottare un bambino?
Già fatto, è stata una bella esperienza, ma per ora, non è il caso di ripeterla.
Adoperarsi presso qualche istituto per aiutare bambini in difficoltà?
Ci ho provato, ma ho trovato mille ostacoli e diffidenze.”
Alla fine la soluzione si presentò spontaneamente: “ho una laurea, posso insegnare, sono certa che nella scuola ci sia bisogno di una istruzione e di una educazione cristiana.
E poi mi pagheranno pure!”
Si aprì dunque per lei la terza fase di lavoro nella società: l’insegnamento.
Le sembrava la logica continuazione del suo rapporto educativo con i  figli, e in parte lo fu, ma non sapeva, la tapina, quanto sia irto di difficoltà il mondo della scuola.
Ci trovò, tuttavia, molto di positivo.
Una volta superate le angosce del primo impatto con i ragazzi, i colleghi, i superiori, i genitori e i bidelli, e con la burocrazia scolastica, che proprio non le era congeniale, rimaneva la bellezza del materiale umano che le era affidato.
E quando si chiudeva la porta dell’aula e si trovava davanti la sua classe, sentiva chiaramente che lì, rimboccandosi le maniche, si poteva fare qualcosa di buono: insegnare sì le materie in programma, ma anche coltivare dei valori, dare delle prospettive positive a dei giovani immersi in una società disfattista, testimoniare che si può accettare la sfida della vita con animo di lottatori e non di perdenti.
Non sempre ci riuscì, tante volte ebbe modo di verificare la sua incapacità e la sua debolezza: lì non c’era lui ad aiutarla, doveva cavarsela da sola e senza sconti, senza neanche la baldanza e l’illusione della gioventù ormai lontana, eppure, quando venne l’età della pensione, chiese ancora qualche anno di proroga, perché le sembrava, con l’esperienza acquisita, di muoversi con maggior sicurezza e di poter essere veramente utile.
Ma la vita è breve ed ha un fondo di ironia: quando ti sembra di aver imparato bene una cosa ecco che non ti serve già più, puoi solo sperare che ciò che hai fatto di buono serva a chi lo vorrà continuare.
Elaborato il lutto del pensionamento (ma ben altri lutti dovrà poi elaborare) si era aperto per lei lo stadio del tempo libero.
E’ il momento della più grande spoliazione.
Come tutti i fatti più importanti della vita ti coglie sempre impreparato.
Non basta dire che bisogna coltivare degli interessi da sviluppare nel tempo libero, che bisogna mantenere una rete di relazioni e di amicizie per sentirsi vivi, che ci sono tanti campi di volontariato in cui impegnarti: sono tutti palliativi che servono a distrarre dalla domanda fondamentale di senso che si fa sentire prepotentemente in questa situazione esistenziale.
Che cosa vuol dire, ora, servire Dio?
Lo si è sempre fatto, fino ad ora, per interposta persona, corrispondendo ai doveri del proprio stato, chiaramente decifrabili ed urgenti.
Ora, però, è come se Dio si facesse avanti da solo, diventando l’unico vero interlocutore e il lavoro più grande  richiesto è la preghiera.
E non si tratta solo di questo.
Lui, la carne della sua carne e le ossa delle sue ossa, è ritornato nell’abbraccio della terra, la sua anima l’ha preceduta in cielo e là l’aspetta.
Non è chiaro come si possa gestire una simile situazione per chi rimane e non accetta di vivere dimezzata e schizzofrenicamente divisa fra terra e cielo.
Deve riuscire a ricomporre l’unità del noi tra i due membri della coppia e insieme costruire, con i pezzi e i frammenti della propria vita un mondo nuovo che ora comporta l’apertura all’eterno.
Questo il suo “lavoro” attuale, un compito tutt’altro che facile, impossibile, direi, se non fosse completamente affidato allo Spirito, che sa bene che  cosa fare, perché Lui è il Signore e dà la vita.

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