L’amore e l’importanza di dirsi “no”

In una vera vita di coppia il dirsi “no” è molto importante e prezioso nella misura in cui, rivelando l’intenzione dell’altro di sottrarsi alla nostra oggettivazione, alla nostra presa, esso viene da noi accettato come invito non già a ricercare con più impegno altre possibilità di cattura e di possesso, quanto piuttosto a riconoscere e rispettare la personalità, l’identità e la libertà dell’altro.
Questo rispetto è la condizione prima e fondamentale per non distruggere l’altro e, alla fine, per non distruggere anche noi stessi ed il nostro rapporto duale.
Ogni distruzione dell’altro segna, infatti, sempre la nostra disfatta, il nostro impoverimento, la nostra solitudine.
Oggettivando l’altro non si ottiene mai quello a cui si aspirava: raggiungere l’altro per arricchirsi della sua persona, perché la persona è nell’identità e nella verità dell’essere e non nella oggettività delle sue caratteristiche.
La verità della persona è nella sua essenza, nell’intimo dell’essere, nel tempio sacro, inaccessibile ed inviolabile, fatto di valori liberamente perseguiti e vissuti.
Il rapporto vero con l’altro può realizzarsi allora solamente nella comunione interpersonale, quando un “io” persona chiama un “tu”soggetto, quando, in altre parole, il dualismo “soggetto-oggetto”cede il campo all’unità del “noi”.
Nella comunione c’è unità e dono di sé, ma il dono è qui esattamente il contrario del possesso, perché la comunione si ha solo tra chi riconosce ciò che si è e non ciò che si ha, e il dono della comunione è essenzialmente l’atto dell’incontrarsi nel “sacro” dell’identità personale.
L’entrare con tutto il proprio essere nel tempio dell’altro, “in sacro” è ciò che fa, a detta di Grygiel, il “sacramentum” coniugale.
Nella misura in cui l’incontro interpersonale si realizza per “vie sacramentali”, tutto ciò che appartiene all’avere perde ogni suo valore autonomo per divenire simbolo, cioè segno esteriore che esprime e rende presente il dono di ciò che si è in verità.
Nel cammino della coppia, della coniugalità, è normale che si parta da ciò che appare, da ciò che si vede nell’altro, dal “pro fanum”: un corpo bello, un insieme di qualità fisiche, psichiche e spirituali, perché sono proprio queste che ci attirano, che fanno scattare l’amore, il desiderio di raggiungere la persona che tali qualità possiede.
Ma in seguito, proprio il fatto che l’altro può rispondere ai nostri tentativi di possesso dell’oggetto amato con reiterati no, ci deve portare, anche se con fatica e lentamente, a riconoscere che la persona è al di là delle sue doti e che per incontrare l’altro veramente bisogna raggiungerlo nel sacro della sua identità personale.
Il nostro rapporto con l’altro, con la persona amata e desiderata, non potrà essere mai, allora, un rapporto di appropriazione come mezzo a fine, ma solo e sempre di alleanza come fine a fine, in quanto ogni persona ha in sé un proprio fine che è quello di compiersi, di crescere all’infinito, sviluppando il massimo del suo specifico essere persona..
Se il rapporto di coppia è il rapporto più intimo e pieno di unità tra le due persone, queste però mantengono sempre, per dirla con Rosmini, pur nella loro unità, il segno dell’alterità.
I coniugi sono sempre l’uno all’altro altri, anche quando cercano l’uno di inabitare l’altro e di lasciarsi abitare dall’altro, perché in questo tentativo di comunione o di coabitazione non fanno che cercare insieme di abitare nell’inaccessibile alterità dell’Essere infinito, dell’infinitamente Altro.

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