La coppia. Luogo di apprendimento del dono

Da due a tre

In fondo, questa è l’alternativa: o il legame coniugale altro non è se non il risultato dell’intersezione – di una sorta cioè di alchimia derivante dalla loro interazione – tra due psichismi, due caratteri, due temperamenti, due storie, oppure è anche il luogo in cui affiora, si rivela, si dona una vita altra, introduzione ad una vita nuova, più originaria e più universale di quella dei nostri due “ío”, quella vita assoluta che in linguaggio ebraico-cristiano definiamo agape, l’amore-carità. Ci sono dei non credenti che hanno l’intuizione, l’esperienza di questa terza vita. Alcuni le hanno dato un nome. E’ un filosofo agnostico, Vladimir Jankélevitch, ad affermare: “La carità è figlia della grazia”. Anch’egli agnostico, lo psicanalista Jacques Lacan così esprime il concetto in forma un po’ enigmatica: “Affinché la coppia tenga, dov’esserci un dio”.

Il proprium dei credenti consisterà allora nell’essere in grado di dare un nome alla fonte del dono, di dare un nome a quel Terzo e di celebrarlo in comunità, in stretta unione con altri, avendo come riferimento una Scrittura, una storia, una presenza. Riconoscendo come grazia il dono dell’agape e, in questo dono, l’iniziativa di colui che normalmente chiamiamo “Dio”, ma che sarebbe più preciso e più specificamente cristiano riconoscere e chiamare Padre, Figlio, Spirito. Tutto questo a partire dalla Scrittura dalla vita spirituale concreta.

Il Padre, come colui che dona, la fonte arcana del dono, colui al quale rinvia Gesù quando dichiara, dopo aver citato il secondo capitolo della Genesi, “Ciò che Dio ha unito … “.

Il Figlio, come colui che si dona, la forma e il modello del dono, colui nel quale il dono si fa corpo e viene ad abitare il legame, come ha promesso in una parola che alcuni Padri della Chiesa applicavano al matrimonio: “Dove sono due o tre riuniti (uniti) nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Lo Spirito, come dono donato, che al legame apporterà il soffio, il respiro e l’energia, liberandolo dalle sue schiavitù, quello stesso Spirito i cui frutti sono, secondo quanto dice San Paolo, “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé… ” (Gal 5,22).

Occorre essere attenti a ciò che, in modo assai concreto, l’accoglienza della vita del Padre, la consacrazione alla persona del Figlio e l’essere colmati dai doni dello Spirito può apportare alla vita di coppia e di famiglia.

Chi possiede uno spirito filiale, chi non si considera padrone della propria vita, chi sperimenta il consenso e l’obbedienza come il momento da cui la propria libertà trae origine, sarà più disponibile a quello stesso spirito filiale, a non considerarsi un dio, a riconoscere negli altri la filiazione divina.

Chi accetta di entrare nel dinamismo della morte e risurrezione del Figlio, chi riceve da lui il vino nuovo delle nozze di Cana, nutrendosi della sua eucaristia, sarà maggiormente in grado di trovare la propria vita nel dono, di accettare quella parte di sofferenza che si trova nel cuore di ogni amore, di assumere la funzione di servo.

Chi si lascia trasformare dal Soffio di Dio, chi si mette sotto la protezione del Consolatore, chi è abitato dallo Spirito di Verità, sarà maggiormente capace di ricevere la forza per venire alla luce, il coraggio per vincere le paure e le angosce, la speranza per vivere quelle circostanze in cui si deve ricominciare da capo.

Xavier Lacroix

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