La visibilità della coppia

In un trionfo di fiori, di luci e di addobbi, più o meno riccamente distribuiti, accompagnata dal suono dell’organo, la coppia fa solitamente il suo ingresso nella chiesa, il giorno del suo matrimonio.

Essa viene accolta solennemente dal sacerdote, insieme al gruppo dei parenti e degli amici che le fanno corona.

Poi, dopo la cerimonia nuziale, gli sposi escono di chiesa, e, tra il lancio del riso e le congratulazioni di tutti i partecipanti, giungono ad una macchina parata a festa che se li porta via.

Una volta chiuso, alle loro spalle, il portone della chiesa , che si era spalancato per riceverli, la scena cambia rapidamente; quando sarà ancora possibile vederli fare ritorno insieme?

Non è detto che i due, una volta sposati, non ritornino più in chiesa, ci vengono, ma per lo più separatamente, come singoli praticanti, senza farsi più notare come coppia.

Sembra dunque che la visibilità della coppia nella comunità ecclesiale, salvo lodevoli eccezioni, si limiti a un solenne ingresso in occasione del matrimonio e poi si mimetizzi fino a scomparire.

Bisogna riconoscere che si sono fatti progressi rispetto al passato, quando in molte chiese, specialmente di paese, gli uomini stavano abitualmente separati dalle donne nell’assistere alle sacre funzioni e ciascun gruppo aveva la sua precisa collocazione nello spazio ecclesiale.

Oggi non è più così: uomini e donne si muovono liberamente nella chiesa, ma quasi sempre in forma individuale, senza che possa essere evidenziata la loro caratteristica sponsale.

Ora, se il sacramento del matrimonio conferisce alla coppia una particolare dignità, che la rende capace di riflettere l’amore di Dio tra gli uomini, sarebbe bene che questo valore fosse riconosciuto e riconoscibile nella comunità cristiana.

E’ la testimonianza alla quale sono chiamati per la grazia del loro stato che va data, non tanto con le parole, ma soprattutto con l’evidenza dei comportamenti che ne manifesti la ricchezza.

La forza e la tenerezza di un amore sponsale deve potersi vedere anche attraverso le azioni compiute insieme, sia nella liturgia dell’assemblea che nel servizio della comunità.

Dovrebbe essere “naturale” vedere gli sposi che si alternano nelle letture della Messa, che presentano insieme le offerte all’altare, che cantano e pregano insieme fino al momento culminante dell’Eucaristia, che rappresenta il nutrimento essenziale, il luogo e il centro del loro amore.

E se la loro presenza può provocare qualche disagio allo svolgimento tranquillo della celebrazione per la inevitabile partecipazione dei loro bambini, non sempre governabili, il problema potrebbe essere felicemente superato con la buona volontà di tutti e con qualche accorgimento intelligente, come si fa già in alcune parrocchie.

Il “noi” della coppia, in una società che tende così palesemente al suo sfacelo, non deve dunque essere trascurato, minimizzato, sottinteso.

Esso deve crescere e rinvigorirsi anche alla luce di quelle attività  che possono essergli richieste in nome della esperienza privilegiata dell’amore di Dio che gli è proprio.

La chiesa può dare molto alla coppia, ma anche chiedere di più.


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