L’amore e alcuni principi teologici

In virtù del Battesimo ogni fedele, sia esso laico, presbitero o religioso è chiamato alla santità (LG, cap. V). La chiamata alla santità è la vera esplicitazione di quella integrazione nella vita trinitaria avvenuta mediante i sacramenti della iniziazione cristiana.
Dalla vita trinitaria discende la coniugalità, la comunionalità sponsale che è la sostanza a la forma della coppia. La coniugalità è, infatti, la visualizzazione in termini di stato di vita e la risposta in termini di esperienza esistenziale della divina relazionalità trinitaria. Trinità e sponsalità appartengono, dunque, ad un binomio inscindibile: si illuminano e si compenetrano a vicenda.
La coniugalità va considerata in questa visione di “immagine e somiglianza” della “unidualità”, della “communio personarum”, della comunione trinitaria di Dio, “perché è Dio stesso l’autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini” (GS 48).
Il matrimonio, per il laico battezzato, è lo stato di vita più proprio per essere testimone della divina trinità e cooperatore nel mondo della fecondità divina.
II rimando a Dio, di cui l’uomo e la donna sono immagine, sottolinea l’importanza di un fondamento trascendente e un volere reinterpretare il disegno iniziale di Dio quando volendo creare l’uomo “maschio e femmina li creò” (Gn 1,27). Dire che l’uomo, la coppia maschio e femmina, è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio vuol dire che è stato chiamato ad esistere come persona, come essere di relazione, a convivere e cooperare con l’altro secondo la legge della reciprocità, del dare e del ricevere, del dono di sé e della mutua accoglienza l’uno dell’altro.
Ogni persona si caratterizza per quei dialogo, esplicito o implicito, che è chiamato ad instaurare con l’altro soggetto corrispondente e complementare. L’altro è, analogamente, cioè come per Dio, il necessario tu del riconoscimento, alla cui presenza l’io si risveglia, di cui gioisce, che rende possibile l’esperienza fondamentale della comunicazione e della donazione di sé; e ciò da concretezza e visibilità alla stessa esperienza di Dio.
“Chi ci è stato messo accanto è in Dio in effigie: Dio per partecipazione e io amo in lui il mio Dio” (I. Giordani).
Già Platone, a suo modo e nella sua mitica riconosceva che “l’amore reciproco è connaturato negli uomini: esso ci restaura l’antico nostro essere, perché tenta di fare di due una creatura sola e di risanare così la natura umana decaduta”. Le parole: “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18), non esprimono affatto, come sottolinea Evdokimov, una commozione sentimentale, ma la conformità più profonda alla verità dello statuto divino, trinitario.
Il reciproco ed inesauribile volgersi, accogliersi e donarsi delle tre Persone divine è l’ordo amoris, lo statuto che fa da modello esemplare e da fondamento causale al reciproco relazionarsi ed amarsi della coppia umana. Non c’è, dunque, amore vero che non sia trinitario e cioè non implichi reciproca e infinita dedizione in una fecondità d’amore che vincola e supera la dedizione stessa. Non si danno due specie di amore, uno umano e l’altro divino.
Il principio di ogni amore è Dio, poiché “Dio è amore” e “l’amore è da Dio” (1 Gv 4, 8-7); la forma di ogni amore è la reciproca dedizione di sé; il fine di ogni amore è la comunionalità unificante, la reciproca compenetrazione operata dall’amore stesso. Ciò che essenzia e qualifica l’essere umano è l’amore, perché l’uomo è fatto dall’amore, di amore, e per l’amore. L’amore sponsale è l’esigenza ontologica ed etica dell’essere umano, perché solo l’amore e nell’amore l’essere umano si invera, in quanto è stato creato come essere comunionale.
L’essere umano si riconosce e comprende se stesso essenzialmente nel donarsi amoroso, perché “solo l’uomo è stato donato a se stesso da Dio, come afferma il Concilio Vaticano II: “La persona umana in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa e non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (GS 24). Ciascun uomo può e deve, allora, (se vuoi essere se stesso, cioè dono) donarsi. Donandosi egli è “dominus sui”, cioè soggetto che è tanto più libero quanto più si dona.
L’identità personale umana, come in Dio, non è, dunque, rintracciabile e comprensibile se non all’interno dell’unità duale, dell’uni-dualità sponsale. La spiritualità coniugali trova, allora, qui il suo fondamento primo e i suo principio dinamico.

Lascia un Commento

Sottoscrivi senza commentare