L’amore e la convivenza

Un tempo, per due persone non ancora sposate che volessero farne la prova, si parlava di prova d’amore, poi di rapporti prematrimoniali, ora più praticamente e tranquillamente si parla di convivenza, una situazione largamente accettata e a volte persino raccomandata.
Che cos’è la convivenza se non un matrimonio di prova, un vivere insieme more uxorio per poter giudicare alla luce dei fatti, e non più solo delle parole e delle intenzioni, se si è veramente fatti l’uno per l’altro, se una vita a due si dimostra possibile e soddisfacente?
Poi si può anche arrivare al matrimonio vero e proprio, con maggior sicurezza e non più col timore di fare il classico salto nel buio.
Verrebbe allora da chiedersi come mai, con tutte queste premesse, che hanno abbattuto i pregiudizi e l’oscurantismo dei nostri antenati in materia sessuale, si arrivi oggi alla separazione e al divorzio tanto più frequentemente di prima.
Ma non è questo il problema.
Il vero problema è nell’atteggiamento utilitaristico ed egoistico con cui il convivente si pone nei confronti dell’altro, che nega in sostanza quelle che sono le caratteristiche essenziali dell’amore:la gratuità e la perennità, senza delle quali non si può dire di viverlo veramente.
E poi si tratta di una illusione: pensare che la convivenza porti a conoscere tanto bene l’altro da potersi fidare per la vita non è realistico, perché ogni persona è continuamente in evoluzione e può sempre riservare delle sorprese, come è dimostrato dal fatto che i divorzi hanno luogo in tutte le età del matrimonio.
Non è l’abitare insieme che può garantire dalle sorprese, ma è la chiarezza della scelta e la volontà di crescere insieme  in un cammino di donazione reciproca, per cui è richiesta una disponibilità senza limiti.
La vita coniugale non si “prova”, come si prova una macchina,ma si “fa” giorno per giorno e si fa in due, anzi in tre, con l’aiuto della grazia di Dio, che è origine e maestra di amore.
Una madre non “prova” ad allevare un figli per vedere se promette bene, con la prospettiva di liberarsene in caso di insuccesso: un figlio è sempre un figlio, non è mai un exfiglio se non si è comportato secondo le aspettative.
Così un vero rapporto d’amore personale, coniugale, non si interrompe davanti alle difficoltà di ogni tipo che costellano la vita a due.
Certo non ci si deve sposare alla cieca,   è importante conoscersi prima, ma esiste per questo quel periodo che viene chiamato con un termine un po’in disuso di fidanzamento: un tempo né troppo breve né troppo lungo dedicato proprio al paziente lavoro del conoscersi, che può anche concludersi nel nulla, ma se porta ad un riconoscimento reciproco di appartenenza, allora può introdurre all’avventura del matrimonio, senza timore e senza volersi garantire la fuga!
Perché il matrimonio è sempre un’avventura, come lo è la vita stessa.
Nessuno ci dice come saremo domani, ma resta, attraverso la nostra storia, quella identità di fondo che ci costituisce come persona unica, insostituibile, quella che è stata riconosciuta reciprocamente, nella illuminazione dell’innamoramento,come “ossa delle mie ossa e carne della mia carne”.
Solo con lei si può accedere al matrimonio, comprendendone la grandezza e il mistero, e lo si può celebrare davanti a Dio, unico vero garante di una eternità di amore.

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