L’amore e la ricerca dell’altro

Se l’unione intima sessuale è ritenuta, nell’accezione comune, il culmine dell’amore per il raggiungimento della meta pulsionale che è costituita da ardente e prorompente desiderio di unione con l’altro, in realtà l’amore è, però, nella sua sostanza, unicamente il movimento preliminare e condizionante l’incontro e l’unione.
L’amore è di fatto la dedizione incondizionata, gratuita all’altro, in altre parole è quell’atteggiamento di fondo che si traduce nell’impegno di sé a cercare l’altro per darsi all’altro con una oblatività ed una accoglienza profonda, completa, esclusiva, perenne.
L’essenza e la problematicità dell’amore umano sta tutta qui, nel riconoscimento che l’altro non è mai ciò che è, ma sempre ciò che non è ancora, in quanto, come persona, è una possibilità, una potenzialità senza fine, infinita, è infinitudine, un infinito e continuo trascendimento. Pertanto non può mai essere afferrato, posseduto, goduto, utilizzato, ma soltanto, come si è già fatto notare precedentemente, accostato in quanto è di per sé una presenza-assenza, trattandosi di un essere ancora da compiere, che necessita di essere continuamente aiutato a realizzare quella sua originale, irripetibile, inesauribile, misteriosa realtà che è data dall’essere stato creato e fatto a immagine di Dio.
Per questi motivi l’amore è assimilato ad “una fiamma del Signore” (Ct 8, 6), quindi divina, che non può essere che in continuo movimento con
slanci di vampate e lingue di fuoco inesauribilmente sempre guizzanti ed inestinguibili nel loro tendere a lambire ciò che gli sta appresso e dentro. Guai se al raggiungimento della meta, cioè se all’attuarsi di esperienze di intimità, unità e comunionalità , per la gioia e l’ineffabile piacere inevitabilmente connesso alla presunzione di aver raggiunto il compimento di una pienezza e totalità di essere umano, ci si sentisse appagati e conseguentemente se l’irresistibile desiderio di ricerca, di incontro e di aiuto all’altro si placasse non risultando quasi più necessario.
Sarebbe come spegnere l’amore e perdersi in una illusoria ed inconsistente realtà di convivenza amorosa dove primario è l’interesse di appagamento di sé, e l’altro può essere considerato solo o come un tu da assimilare a sé o come un mezzo per esaurire in lui il proprio sé, e non già la rispettosa compresenza distintiva di due amanti che continuamente si comunicano, in un impegno di aiuto reciproco, frammenti di una totalità aperta all’infinito, ad un reciproco continuo ed inesauribile trascendimento di sé.
L’amore viene meno ogni qualvolta ci si accontenta delle briciole di intermittenti e cadenzate esperienze di intimità amorosa e si dimentica che il “proprium” dell’amore è il desiderio ardente, perenne ed irriducibile di essere sempre più reciprocamente aderenti al mistero dell’essere dell’altro che è una scintilla inesauribile dell’Essere, di Dio, in lui incarnato.
Constatare di aver perso la capacità dì cogliere intuitivamente le attese che l’altro si aspetta sempre, a volte anche inconsciamente, da chi l’ama, porta spesso, come nel caso della protagonista del Cantico, ad un amaro riscontro: l’amato non e’ è più, se n’è andato, l’ho perso.
Può risultare vano l’andarlo a cercare: “l’ho cercato, ma non l’ho trovalo”, come pure cercare con ogni mezzo di richiamarlo per riportarlo a sé: “l’ho chiamato, ma non m’ha risposto” (Ct 5, 6), perché il non sentirsi amati non solo sconvolge l’anima, da la sensazione di un morire, ma anche instaura nel profondo di sé una aggressività tanto grave e dolorosa, quanto reattiva all’acuto senso di tradimento, di rifiuto e di abbandono, che difficilmente può essere superata.
E’ questa la situazione più comune e più frequente di rottura dei vincoli coniugali. Alla base del venir meno dell’amore, anche se a volte è stato in precedenza vissuto in modo particolarmente ardente e passionale, di solito sta il fatto che il desiderio dell’altro è partito da se stesso e non dal partner. Il vero protagonista non era tanto l’altro, la persona da amare, quanto il proprio desiderio, vissuto in se stesso, esaltato e a volte ricercato persino a scapito dell’oggetto amato.
La relazione amorosa quando è la maschera di un sottile egoismo, molto spesso sconosciuto allo stesso soggetto, quindi, la maschera di un singolare o duplice narcisismo, non riesce mai a costruire una vera reciprocità d’amore, perché da spazio solamente al culto del proprio desiderio, della propria soddisfazione, e non già al culto del bene dell’altro, della dedizione disinteressata ed incondizionata all’altro.
Per amare veramente, al fine di costruire un profondo ed inscindibile legame comunionale, è, dunque, necessario saper verificare sempre, con acuta e critica introspezione, la natura e la dimensione del proprio desiderio e agire amoroso in modo da corregger lo, se è il caso, così che,
risulti ininterrottamente vero ed autentico.

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