L’anello nuziale

Fu lui per primo che, un giorno, depose il suo anello nuziale nella terra, e lì rimase, nascosto agli occhi di tutti coloro che guardano in superficie.

Rimase invece visibile, sempre più grande e splendente, agli occhi di lei, che non riusciva a staccarne lo sguardo e il cuore.
Così ambedue si ritrovarono chinati a guardare, attratti e affascinati, dentro a quel cerchio d’oro che li aveva uniti e ora sembrava delimitare lo spazio della loro storia.
Ecco, ora erano di nuovo insieme, come spesso facevano nei loro primi incontri, con le dita intrecciate nell’erba e i volti accarezzati dal respiro del fiume, sui bordi del quale si erano spesso seduti, e guardavano quell’anello nuziale che, dilatandosi sotto i loro occhi, si riempiva di un turbine di vita, da cui venivano alla luce, di volta in volta, i momenti e i volti del passato.
Il tempo era passato velocemente: quello della giovinezza, quello della maturità e quello della vecchiaia, rimaneva il tempo della verità, rimaneva il riaffiorare delle cose che non passano se non in apparenza e sono pronte a rivivere a un cenno della mente, a un sussulto del cuore.
Affacciati ai bordi di un mondo sommerso, ma ben vivo, ne riascoltavano le voci e ne ricevevano i doni che dovevano trasmettere ai figli e ai figli dei loro figli, di generazione in generazione…
Dal loro scrigno, come il buon padre di famiglia del vangelo, traevano cose nuove e cose antiche, cose che rivedevano la luce e rivelavano il loro significato nascosto.
Come erano ampi i confini di quel magico cerchio che conteneva tutta la loro storia!
Non se ne erano mai accorti veramente, occupati com’erano a gestire i loro problemi quotidiani, ma ora non era più possibile ignorarli perchè era giunto il momento di ricomporre tutti i pezzi del grande gioco che avevano giocato insieme.
Come un albero che scopre le sue radici più profonde e nascoste, come una sorgente che ritrova la sua origine nel cuore misterioso della terra, così essi si riconoscevano nutriti da una forza buona che convergeva su di loro da tempi lontani.
Le prime figure che chiedevano di essere rievocate erano quelle dei genitori di lei, così discretamente presenti e tuttavia determinanti nella sua formazione.
Ecco: siamo in inverno, uno di quegli inverni rigidi e lunghi che fanno disperare del disgelo, quando gli uomini sono rinchiusi nei loro pensieri di autodifesa, come le pesanti sciarpe e i neri mantelli con cui si avvolgono.
Eppure, al secondo piano di una casa di città, in una stanza ben illuminata, anche se non altrettanto riscaldata, si trova un pezzo importante e vivo della nostra storia e, nel negozio di fronte, c’è un altro pezzo, altrettanto importante.
Lui, giovane abbastanza povero e sognatore, secondo i vecchi canoni del romanticismo, in un laboratorio,con sullo sfondo una fila di protesi dentarie da ricostruire, lei , carina e vivace, intenta a sistemare in vetrina pile di pani dalle dolci forme casalinghe, pronte per essere messe sotto quei denti.
E’ inevitabile che lui guardi giù, ogni tanto, sulla strada, inseguendo i suoi sogni e le sue fantasie.
E’ inevitabile che lei non si accorga di niente ( o finga di non accorgersene) e continui a disporre con grazia quei pani che “maneggiava come fossero fiori”
La loro storia è così tenera che chiede di essere raccontata, delicata nei toni, come un acquarello, e solida, nella sostanza, come una statua di Michelangelo.
Dunque, lui era un giovane praticamente senza famiglia: se ne era andato da casa quando era ancora un ragazzo, fuggendo da quella che noi oggi chiameremmo “famiglia allargata”, in nome di una fedeltà a quei principi morali di cui non poteva fare a meno e che trasmetterà, inevitabilmente, a tutta la sua discendenza.
Da una grande città industriale si era rifugiato in una cittadina di provincia, dove abitavano degli anziani parenti e lì aveva imparato a lavorare come meccanico dentista, lui che sapeva a memoria Dante e scriveva commedie e poesie.
Da un po’ di tempo andava puntualmente ogni giorno a comperare i grissini  nel negozio di fronte, per poi sbriciolarli malinconicamente alle galline delle zie, finchè non se ne stancò e lo disse perentoriamente alla gentile commessa che li vendeva.
“Non li comperi più!” replicò lei serafica “tanto il negozio non è mio!”
Ma lui, ormai sufficientemente determinato, le diede l’aut aut: otto giorni per decidere, per dirgli un sì o un no.
Un sistema un po’ rozzo e sbrigativo, ma un tempo si usava.
A lei venne un colpo, quasi letteralmente, tanto che dovettero chiamare una carrozza e riportarla a casa, tutta affannata, mentre il cavallino rischiava di scivolare sulla strada completamente gelata.
La sua era una vecchia casa di campagna che chiamavano “Il cascinotto” ed era, bucolicamente parlando, quanto di meglio si potesse immaginare.
Lì si svolse la romantica vicenda dei due fidanzati.
Lui ci arrivava in bicicletta, la sera, dopo una giornata di lavoro.
Dietro  la siepe la nonna spiava il suo arrivo e ne dava l’annuncio in casa a tutta la famiglia che si metteva in movimento.
Perché di una vera famiglia si trattava, quella patriarcale e rassicurante che lui aveva sempre desiderato e che, pur trattandolo con una certa soggezione, lo aveva accolto e adottato.
I nonni lavoravano tutto il giorno in un grande orto da cui ricavavano frutta e verdura da vendere in città ed erano i personaggi più caratteristici.
La nonna, piccoletta e grassoccella, pregava in continuazione, con una mano scandiva i grani del rosario e con l’altra strappava le erbacce.
Il nonno, alto e asciutto, con due grossi baffoni, teneva sempre, nell’angolo più fresco dell’orto, una botticella di vino buono da offrire ai suoi parenti, ne offrì anche al nostro giovanotto, per scoprire, con grande disappunto, che era astemio.
Le figure del padre e della madre di lei restavano un po’ nell’ombra, ma ascoltavano volentieri il fidanzato della loro unica figlia che li intratteneva in bei conversari.
Il giovane parlava bene, poteva conversare brillantemente di tutto e con tutti, eccetto, naturalmente, in privato, con la sua dolce fanciulla, la quale, alla luce della lampada, cuciva in silenzio il suo corredo.
L’unica occasione di incontro era data dal permesso di andare insieme fino al cancello per salutarsi.
Chi potrà dire la dolcezza di quei saluti, dopo che i loro sguardi si erano incrociati, in silenzio, per tutta la sera?
Le parole che non si erano dette si traducevano poi in lunghe lettere d’amore dove, in parallelo alla loro storia esteriore, se ne svolgeva un’altra tutta interiore, fatta di attese, gioie e dolori, rivelazione di una comunione che si stava costruendo in laboriosa, ma esaltante complicità.
Si sposarono e lei piantò in asso genitori, nonni e zii per andarsene direttamente, senza viaggio di nozze, in una nuova città, dove lui aveva trovato casa e lavoro.
Le lettere sono ancora lì, in una vecchia scatola su cui è scritto: “cari ricordi” e contengono, nella loro semplice verità d’amore, i semi di tutte le felici storie coniugali dei figli e de figli dei loro figli…

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