Le beatitudini: Beati gli operatori di pace

Siamo arrivati, nel nostro percorso meditativo sulle beatitudini viste in chiave sponsale, alla beatitudine della pace.
“Beati i pacifici (o, meglio, gli operatori di pace), perché saranno chiamati figli di Dio.”
Come potranno essere pacifiche due persone che si amano?
Non certo per mancanza di dinamismo e di tensione interiore, non certo per una tranquillità borghese fatta di sistemazione affettiva e materiale, ma come operatori di pace, il che implica una attività non comune e non facile, sorretta continuamente dalla “buona” volontà.
Viene in mente la definizione classica: la pace è la tranquillità dell’ordine, ma quale ordine?
Quello soggettivo, di ciascuno dei due, che sostanzialmente coincide con i loro interessi, o quello che risale ad una programmazione ben precisa che li precede e li trascende e li guida ad un “dover essere” tanto più forte quanto più intenso è il loro legame?
E’ un progetto di vita che coinvolge due persone, proprio in nome dell’amore che le unisce e le qualifica: è l’immagine e somiglianza di Dio, origine e fine della coppia, che esprime, per il fatto stesso di esistere, il mistero divino dell’Amore Trinitario.
La consapevolezza della grandezza di questa vocazione, insita nella loro esperienza quotidiana di amore, dà agli sposi una dignità e una responsabilità che continuamente li provoca, paradossalmente li inquieta mentre, profondamente, li pacifica.
La via dell’amore è una via difficile, che porta la croce.
Gesù Cristo è stato il più grande Operatore di pace, ed ha riconciliato gli uomini con Dio attraverso la sua croce.
I nostri sposi non si illudono di poter godere tranquillamente di una condizione pacifica, in nome del loro rapporto privilegiato.
Esso si potrebbe trasformare in una grigia accettazione di compromessi, o, peggio, in una falsa pace che copre inquietudini nascoste, pronte ad esplodere alla prima occasione di conflitto.
Gli operatori di pace non hanno la pace in tasca, hanno molto da lavorare per raggiungerla e perfezionarla, soprattutto devono continuamente confrontarsi con il progetto di Dio su di loro ed imparare a essergli fedeli.
La fedeltà coniugale così intesa non è tanto la fedeltà ad una persona amata, quanto la comune dedizione dei due alla volontà di Dio su di loro, alla loro vocazione religiosa che li ha consacrati .
Non ci riusciranno da soli, ma potranno contare sempre sullo Spirito Santo, che li ha uniti e li guida fortemente e soavemente alla formazione di quella magnifica realtà che è il “noi”coniugale.
Così potranno sperimentare la beatitudine di essere figli di Dio, di ricevere da Lui il loro nome e la loro qualifica per l’eternità.
Essere figli vuol dire anche essere eredi, avere in Dio la garanzia di un amore eterno, che spetta loro non solo come eredità, ma già qui e ora fa sentire i suoi effetti.
Perché la vita eterna è già incominciata per coloro che hanno conosciuto Dio e lo hanno riconosciuto nel loro amore reciprocamente scelto e donato.
Nell’operare tra di loro la pace, nel realizzare quell’ordine a cui sono stati chiamati, essi entrano fin d’ora in quel rapporto d’amore che è la vita intima di Dio e ne fanno in qualche modo esperienza.
“Pace a voi!”  Ripete continuamente lo Spirito, e questa si posa come una benedizione su coloro che ne sono degni e su tutta la loro casa.

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