Partorirai con dolore

Ora la nostra coppia si sente veramente pronta: l’armonia sessuale è buona, i segni di fertilità sono ben riconoscibili ed utilizzabili, l’entusiasmo c’è, tutto predispone ad un felice concepimento.
E invece no, il bambino non viene!
Ci vuole pazienza, il nostro corpo non è una macchina che funziona a comando, bisogna pur riconoscergli un margine di imprevedibile, specialmente in un campo così delicato.
Però ogni mese c’è un’aspettativa delusa.
Lei è preoccupata, più di lui, che cerca di consolarla e di distrarla.
“Non bisogna fissarsi sull’idea della maternità” dice  “è controproducente!”
Perciò lei si iscrive ad un corso di taglio e cucito e lui le compera la macchina da cucire, lei si ricorda che ha sempre desiderato imparare a suonare, si iscrive a una scuola di musica e lui le procura un pianoforte d’occasione …e intanto si ridimensiona la “volontà di potenza”che scalpita nella loro giovane esperienza di coppia e li fa credere padroni del mondo.
Non lo sanno ancora, ma impareranno con il tempo, soprattutto quando i figli verranno, che c’è sempre una lezione di umiltà da apprendere in tutti i progetti, specialmente in quelli in cui si hanno maggiori aspettative, specialmente in quelli che coinvolgono altre persone e, nello stesso tempo, è essenziale avere una buona dose di fiducia e di perseveranza, per non perdersi di coraggio e non lasciar cadere i sogni.
Infatti: aspetta e spera, un bel giorno succede!
Tra un alleluia e un altro lei si accorge di essere entrata in quella situazione tutta particolare che è la gravidanza.
E’ strano perché si sta svolgendo un complicatissimo, benché naturale, processo di formazione addirittura di un essere umano e chi lo “porta” non ci può mettere mano.
Per fortuna, perché, con il carattere impegnato che le è proprio, ci sarebbe da scommettere che potrebbe causare qualche disastro.
Però non le sembra giusto.
Almeno le altre madri vomitano, hanno dei piccoli mancamenti, soffrono di nausee e di avversioni alimentari…lei niente!
Rimane sempre quel pensiero di fondo: quell’essere che porta dentro come sarà, che cosa farà, starà bene?
Allora lui le procura un libro di medicina in cui, mese per mese, quasi giorno per giorno, le viene descritto quello che avviene nel profondo del suo grembo e lei può psicologicamente parteciparvi.
“Sai, adesso dovrebbe essere lungo così! Adesso dovrebbe avere la palpebre, adesso le ciglia!”
E quando inizia a muoversi?
Timorosa di ingannarsi, sulle prime non ci crede, poi deve arrendersi all’evidenza: sì, è proprio una “cosa nuova”, che ha movimenti e iniziativa personali, è il loro bambino!  Che festa!
Ma come si farà a metterlo al mondo?
Lei si sente assolutamente incapace, non sa proprio da dove si cominci.
Sa solo che cosa non vuole: non vuole decisamente che veda la luce in mezzo a persone sconosciute, nel clima freddo e sterile di un ospedale.
Non vuole che lo mettano in fila insieme a tante altre culle, in una stanza isolata e spietatamente illuminata, dove non possono entrare che strane figure ricoperte di un camice che lo vengono a prelevare solo per i pasti.
Non vuole che lo si debba vedere attraverso un vetro, dopo tanto tempo che aspetta di guardarlo, toccarlo e abbracciarlo, e con lei, perché no?, tutti i parenti che formeranno il suo ambiente affettivo.
Ma ora tutti dicono che non si usa più partorire in casa: è cosa di altri tempi, tutte le norme di sicurezza e di igiene sono per una nascita ospedaliera, tanto più per una primipara.
E’ questione di buonsenso, ma lei di “buon senso” ne ha sempre avuto poco, specialmente davanti a ciò che considera più importante.
E poi lei sta bene, lui è medico, l’ambulatorio è in casa, l’ospedale, per ogni evenienza, è vicino, che problema c’è?
Forse qualche problema c’è per il povero padre, che viene considerato incosciente dalla parentela e si carica di una grossa responsabilità per accontentare i “capricci” della moglie.
Lui, però, sta dalla sua parte, ne capisce le motivazioni, cerca una buona ostetrica e si affida alla provvidenza.
Per fortuna il primo figlio si mette al mondo una volta sola, per gli altri sarà tutta un’altra storia, ma per il primo c’è tutta una situazione carica di imprevisto, di felicità e, insieme, di paura.
L’orologio della natura scandisce inesorabilmente i suoi tempi: per la vita, come per la morte, ci sono scadenze inevitabili, da cui si è sempre sorpresi, anche se ci si è lungamente preparati.
Così succede per lei che, alle prime avvisaglie del travaglio, si prepara con grande dolcezza a diventare madre.
L’ambiente è tranquillo, lui pronto nella duplice veste di padre e di medico, i parenti in attesa.
Per quel giorno l’ambulatorio è chiuso, qualcuno si incarica di spiegare la situazione ai clienti e di mediare i casi più urgenti.
Perché tutto si svolga in un clima di armonia viene messo un bel disco di musica classica, il loro bambino potrebbe venire alle luce sulle onde della pastorale di Beethoven!
Ma, improvvisamente, tutto cambia quando entra in scena l’ostetrica.
Era, questa, una donna imponente, esperta e professionalmente stimata, che pensava forse di dare sicurezza con i suoi modi forti e decisi, ma guidava tutta l’operazione come fosse una battaglia da vincere, in completo contrasto con la psicologia di lei.
Per prima cosa via la musica che disturbava, via i cuscini che non erano sterilizzati, via la respirazione superficiale che non serviva a niente!
Tutta la vicenda si svolge in un clima militaresco, fatto di impegno muscolare e di ordini ai quali lei non riesce adeguatamente ad obbedire.
Rimarrà per lungo tempo come un incubo il ricordo di quelle ore, quando lei sentiva di non essere capace di aiutare il suo bambino, anzi le sembrava che il suo corpo si rifiutasse di collaborare e si frapponesse come un ostacolo, un impedimento, al suo nascere.
Alla fine, sfinite dallo sforzo e dalla fatica di una lotta senza risultati, le due donne gettano la spugna e, nel panico generale, si fa appello a un bravo chirurgo, amico di lui, che interviene a tempo, taglia e cuce senza pietà e spiattella tra le braccia del padre il bambino, un maschio, bello, forte ed urlante, senza traccia di sofferenza, con una bella testa rotonda come una palla che non ha subito alcuna compressione nel percorso di un parto, che non è stato cesareo, ma quasi!
Tutto è andato ben diversamente dal previsto: una pesante sconfitta per le rosee illusioni di lei, una faticaccia per lui, che ha dovuto gestire una situazione difficile e pericolosa.
Però il bambino è nato.
E’ lì, bello come il sole, nella sua culla preparata da tanto nella confortevole penombra della loro camera, e senza bisogno di andare all’ospedale.
All’ospedale ci andrà invece lui, il giorno dopo, per un attacco di appendicite, dovuto forse allo stress subito, secondo la più tribale tradizione per cui, in concomitanza con il travaglio della madre, ci si deve occupare della salute del padre!

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