Quelli della porta accanto

Uno dei vantaggi di non essere proprietari di casa, e quindi di trovarsi spesso in occasione di cambiarla, è di avere un’alternanza di vicini con i quali intrattenere amichevoli rapporti.
La nostra coppia ne ha conosciuto parecchi e deve riconoscere loro un’importanza non del tutto secondaria nella storia della sua maturazione umana e sociale.
Intanto nelle case d’affitto non ci sono i litigi delle famigerate assemblee condominiali: niente rivendicazioni di privilegi ancestralmente acquisiti, niente possessi di centimetri quadrati strenuamente contesi da indebite invasioni, niente ostilità a lungo coltivate…
La comune precarietà rende tutti più liberi perchè più disinteressati e quindi più disponibili al dialogo.
Dobbiamo anche aggiungere che nelle dimore vecchiotte dei nostri sposi non esistevano quei freddi contenitori metallici che sono gli ascensori, inibitori di ogni discorso che non duri più di qualche secondo, e la scale, più o meno comode, venivano percorse dagli inquilini in modo molto più “umano”, a volte sbuffando, ma sempre fianco a fianco, con un atteggiamento di condivisione e solidarietà.
Insomma non mancavano le situazioni e i tempi per conoscersi e comunicare.
Così la innata riservatezza della giovane sposa si era sciolta davanti alla simpatia di una prosperosa vicina calabrese e ai suoi barattoli di profumate verdure sott’olio generosamente condivise.
La donna non aveva figli e tutta la sua potenziale maternità repressa si espanderà in occasione della nascita del figlio dei vicini, con esuberanza tutta meridionale.
Nelle preoccupazioni eccessive, nelle difficoltà delle prime esperienze genitoriali dei due giovani sposi, interveniva la rassicurante serenità di questa mamma mancata, partecipe in qualche modo di una esperienza imprevista e gratificante, che risvegliava in lei un’antica, popolare saggezza.
Il bambino la percepiva e, tra le sue morbide braccia, si addormentava tranquillo, cullato da una ritmica danza primordiale.
“Questo bambino è un gioiello!”  diceva compiaciuta lei, guardandolo dormire, e, in effetti, era una piccola grande gioia non solo per i genitori, ma anche per chi era ammesso a condividere con loro un rapporto di amore.
Così impararono la condivisione, che non è facile quando ci si sente giovani e autosufficienti, ma che rivela col tempo il suo valore quando, a volte drammaticamente, ci si deve rendere conto che il dare e il ricevere non è mai a una sola direzione, ed è proprio una vocazione particolare della coppia riconoscere, coltivare e comunicare questo valore che, mentre per lei le è caratteristico e fondante, può diventare nello stesso tempo, illuminante e benefico per gli altri.
Certamente il rapporto con gli amici calabresi ha arricchito ambedue le parti, ma questa felice situazione non durerà a lungo:un trasloco la interruppe bruscamente, rimase però la positività di una amicizia che andrà a congiungersi a tanti elementi buoni che formano il tessuto di una vita.
Nella galleria dei vicini di casa compare ora un’altra figura di donna, diversa dalla precedente, più provata dalla vita, con i figli già grandi, il marito malato e il problema del bilancio quotidiano da far quadrare.
Anche lei, però, nonostante le sue preoccupazioni economiche e familiari, aveva “adottato” i figli del vicino, che ora erano diventati due, con una specie di complice benevolenza, che la spingeva a far loro trasgredire allegramente le regole imposte dalla famiglia.
Se questa non aveva ancora ammesso in casa la televisione, considerata altamente diseducativa per i bambini, lei li chiamava, quando risuonavano le prime note della sigla di una trasmissione per ragazzi, e li faceva entrare passando dalla finestra del balcone della casa di ringhiera.
Essi, ben felici, accorrevano, attratti da quella forma di trasgressione, e così videro quei cartoni animati d’epoca, italiani e giapponesi, che volenti o nolenti sono rimasti come il mito della loro infanzia.
La “mondanità” della signora vicina aveva temperato il rigore dei genitori e aperto bonariamente  a quelle esperienze comuni che sono caratteristiche di una determinata età.
Nonostante la sua voglia di vivere lei venne poi piegata da una serie di prove: la morte del marito, l’allontanamento e le difficoltà dei suoi figli…e allora la casa dei vicini la accolse a tavola, come ospite amica, quando, di ritorno da una giornata di lavoro, si ritrovava sola, in una grande casa vuota.
Le contraddizioni di una vita e le sofferenze che comportano, ma la bontà di fondo che si ritrova in ogni uomo e aspetta nell’amicizia un’occasione per rivelarsi portavano un insegnamento vivo agli adulti e ai piccoli e li aiutavano a crescere e a maturare.
Perciò ai bambini spiacque lasciare la casa di ringhiera e la ricordarono a lungo, con affetto e nostalgia, anche nella nuova casa, più ampia e più accogliente.
Qui i rapporti con i vicini furono meno stretti.
Conobbero, sì, una vecchia portinaia, sulle prime diffidente, ma poi  completamente conquistata alla loro causa, una signorina in pensione, riservata ma gentile, una coppia di artisti che non si voleva decidere a sposarsi, ma che poi rientrò nella regola, forse spinta dall’esempio della famiglia vicina…però la situazione in casa era molto mutata e la circolazione delle comunicazioni più difficili.
I ragazzi infatti erano cresciuti e spesso fuori casa, lui e lei, impegnati in un lavoro esterno, che lasciava ben poco tempo libero per coltivare rapporti di buon vicinato.
Più coinvolgenti furono in compenso i rapporti con chi abitava a pochi passi dalla casa delle loro vacanze in collina.
Non sarebbe giusto dimenticarsi dei due vecchietti, marito e moglie, ormai attempati, che affiancarono la nostra coppia, anche lei non più tanto giovane, e la iniziarono alla passione per la terra.
Le colline, nei caldi mesi estivi, erano bruciate dal sole, ma loro dicevano tranquillamente che sotto le viti c’era sempre un po’ di frescura e non sarebbero mai andati a fare vacanza altrove e così, escludendo ogni velleità turistica, in realtà accudivano la loro terra con la saggezza, la pazienza e l’amore che potevano renderla  una vera meta turistica.
Seduti davanti alla loro porta di casa, la sera, come novelli Filemone e Bauci, spiegavano ai loro vicini di città come si coltiva la magra terra collinare, come si doveva sfruttare le diverse esposizioni al sole, come conoscere i tempi migliori per seminare e come scegliere le coltivazioni più facili per inespertissimi agricoltori.
Insomma, alla loro scuola, chi si era limitato ad ammirare la natura e a cogliere qualche fiore nei campi si sentiva nascere la vocazione a coltivarli, per divenirne in qualche modo complice.
Una scoperta un po’ tardiva, ma determinante.
Da allora gli anelli sponsali, specialmente quello di lui, furono spesso sporchi di terra,ma profumati di erba e brillarono al sole con maggiore letizia.

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