Ripartiamo dai DUE…

Riportiamo parte della relazione di don Mario Colavita,
direttore ufficio di pastorale familiare della Diocesi di Termoli-Larino:

Siamo all’inizio di una nuova era della cristianità; la Chiesa sta preparando e impostando una nuova evangelizzazione o rievangelizzazione o, meglio ancora, una fase successiva dell’evangelizzazione del mondo secolarizzato, ultima tappa del lungo processo cominciato nei primi secoli. In un mondo in cui i cristiani sono in diaspora è necessario lavorare sui grandi temi, sui punti fondamentali, ricominciare dall’essenziale per aiutare anche chi non è cristiano a comprendere l’immenso patrimonio spirituale della Chiesa e la profondità della tradizione.

Credo che questo sia il compito del teologo d’oggi: facilitare la strada, accompagnare con una nuova angolatura di riflessione chi sente di volersi addentrare nell’universo spirituale della Chiesa, soffermandosi soprattutto sulle questioni di base. Alle soglie del terzo Millennio, credo che sia soprattutto questo il compito che spetta a tutti i cristiani, spinti dall’amore di Cristo fondamento della loro vita e dall’amore verso tutti gli uomini e donne contemporanei.

“Gli uomini sono spirituali grazie alla partecipazione dello Spirito, ma non grazie alla privazione ed eliminazione della carne[1]”.

Frequentemente si sente parlare dello spirituale come immateriale. Intendere lo spirituale come immateriale porta ad escludere dalla dimensione spirituale tutto il mondo materiale, corporeo, fisico. Questa convinzione ha trovato notevole spazio anche nella Chiesa…

“Spesso il termine “spirituale” viene preso come sinonimo di non materiale e proprio della sfera dell’intelletto e della psiche naturale[2]”.

L’identificazione dello spirituale con l’immateriale e l’etereo è in ogni caso una trappola. Se lo spirituale è la dimensione intellettuale, cioè la sfera del pensiero e delle idee, non si diventa religiosi, ma idealisti o intellettualisti. Si finisce per credere che più pensieri “elevati” si coltivano, più si è spirituali. Se lo spirituale è la volontà, si scivola nel volontarismo: si è spirituali se la volontà è impegnata in alti ideali. Se lo spirituale è il sentimento, si rischia il sentimentalismo.

In questo modo anche le pratiche spirituali diventano un esercizio psichico. La preghiera viene identificata con la meditazione, intesa nel senso di capacità di concentrazione mentale, di svuotamento psichico. Il “boom” delle pratiche spirituali, preghiere, esercizi, a cui assistiamo, non necessariamente religiosi, è uno dei frutti di questo equivoco. Il raggiungimento di un mitico stato “spirituale” attraverso lo sforzo costante, la tecnica e la volontà, ha uno scopo utilitaristico, è la conquista del “buon vivere”: l’uomo stressato dal ritmo della civiltà moderna cerca di recuperare un equilibrio interiore senza però cambiare niente nella propria vita.

La vita spirituale diventa come un tranquillante. Tanto più “funziona” quanto più dà benessere. Oppure si misura la vita spirituale secondo gli ideali etici: tanto più si è “bravi”, quanto più si è spirituali. Se la pensiamo in questo modo siamo ancora ad uno scisma fra preghiera e vissuto, fra preghiera e comportamento quotidiano. La vita oggi non è strutturata su misura della preghiera, ma del lavoro. E allora? E’ finita l’epoca delle persone spirituali?

 1.1.          Che cos’è la vita spirituale?

Ripetevano gli antichi maestri: la vita spirituale è la vita nello Spirito Santo. La persona spirituale vive immersa nello Spirito Santo; la sua vita è illuminata in tutte le dimensioni, intellettuale, affettiva, sentimentale dallo Spirito Santo. La sua volontà decisionale, i suoi gesti, le sue parole, le sue azioni sono guidate dallo Spirito Santo, essa percorre la vita sorretta dalla forza ed energia dello Spirito Santo. La vita spirituale non è una disciplina o un’ascesi, è più di ogni scienza, è un’arte di sinergia con lo Spirito Santo, l’arte di far fruttificare la Sua presenza nella nostra vita.

 2.     Una spiritualità familiare.

“La vocazione universale alla santità è rivolta anche ai coniugi e ai genitori cristiani: viene per essi specificata dal sacramento celebrato e tradotta concretamente nelle realtà proprie della esistenza coniugale e familiare («Lumen Gentium», 41). Nascono di qui la grazia e l’esigenza di una autentica e profonda spiritualità coniugale e familiare, che si ispiri ai motivi della creazione, dell’alleanza, della Croce, della risurrezione” (FC, 56).

Gia prima del Vaticano II si era pensato uno specifico cammino di perfezione cristiana nell’ambito matrimoniale. Nel 1935 lo studioso Doms usciva da quello schema classico che confinava la famiglia in un arcipelago di leggi e affermava che essa si basa su un rapporto interpersonale fra coniugi, nel quale il primato è l’amore. Il Vaticano II ricuperando il pensiero di S.Tommaso, Ugo di San Vittore, di Doms afferma nella Gaudium et Spes: “Il Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare quest’amore con uno speciale dono di grazia e carità. Un tale amore… conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, provato da sentimenti di tenerezza e da opere, e pervade tutta la vita dei coniugi” (GS,49).

Dunque la spiritualità prende il via dal mistero dell’amore, dal reciproco amore uomo-donna; dal mistero dell’uomo-donna.

Potremo dire che questo mistero della vita coniugale riflette il più grande e alto mistero della fede cristiana, quello Trinitario. E’ dalla Trinità, cuore e centro dell’esperienza cristiana che nasce e si sviluppa la spiritualità coniugale.

E’ dalla relazione amorosa tra le persone divine Padre, Figlio e Santo Spirito, che la coniugalità dovrebbe modellare il suo agire e il suo esistere.

Il Catechismo della chiesa cattolica “consacra” questo concetto dicendo: “La famiglia cristiana è una comunità di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice e educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera ed il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa la carità. La famiglia cristiana è evangelizzatrice e missionaria [3]”.

Da quanto detto possiamo dire che la spiritualità coniugale è assaporare la tenerezza di Dio attraverso la tenerezza del proprio/a sposo/a, è scoprire l’intimità di Dio attraverso l’intimità con il proprio sposo/a, è ritrovare Dio nel cuore del proprio/a sposo/a, è modellare la maniera in cui l’uno risponde all’altro come risposta a Dio.

E’ allora proprio nella differenza tra uomo e donna, la reciprocità del maschile e del femminile sta a fondamento della spiritualità coniugale e familiare. Dall’apporto dell’uomo e della donna scaturisce la famiglia come “comunità di persone, per le quali il modo proprio di esistere e di vivere insieme è la comunione” (LF,7).


[1] S.Ireneo, Ad. Haereres, V, 6,1.

[2] M. Costa, Direzione spirituale e discernimento, Roma 1993, 51.

[3] catechismo della Chiesa Cattolica, 2205.

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