Terza conversazione con giovani famiglie sull’Amoris Laetitia

Parrocchia di Mirabello – Pavia – domenica 19 febbraio 2017

La scorsa volta, ci siamo soffermato sul terzo capitolo dell’esortazione, concentrando la nostra attenzione sulla novità che Gesù introduce circa il matrimonio e soprattutto sul dono e la realtà dinamica del sacramento, che dà origine alla famiglia.
Questa sera, iniziamo a riprendere il quarto capitolo, «L’amore nel matrimonio», che insieme a quello successivo, «L’amore che diventa fecondo», rappresenta il cuore del documento: si tratta di due capitoli con un contenuto e un linguaggio che sa parlare al vissuto concreto delle nostre famiglie, recuperando una dimensione più ampia che fa spazio anche ai nonni, ai parenti, al complesso mondo delle relazioni familiari.
All’inizio di questa nuova tappa del suo percorso, Francesco indica la sua convinzione che, in certo modo, non basta la ripresentazione della dottrina per garantire un aiuto alle famiglie cristiane, ma occorre di più:
«Tutto quanto è stato detto non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore. Perché non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare» (A.L. 89).
Qui il Papa fa una scelta di grande valore, perché, per mostrare le caratteristiche dell’amore, esperienza centrale nella vita famigliare, tra gli sposi e con i figli, propone una rilettura del celebre “inno alla carità” di San Paolo (1Cor 13,4-7), con un ampio commento che dettaglia tutte le sfumature e gli atteggiamenti dell’agape, dell’amore di Dio e da Dio, che si riflette nell’amore umano (cfr. A.L. 90-119).
Ascoltiamo insieme il celebre testo paolino, che, per sé, è collocato all’interno della sezione della prima lettera ai Corinzi dove l’apostolo tratta dei doni spirituali e delle manifestazioni carismatiche, e del loro discernimento e uso nella vita della comunità (cfr. 1Cor 12 – 14). Il Papa riprende la parte centrale dell’inno, nella quale Paolo illustra con quindici verbi i caratteri dell’amore, chiamato con il termine greco di agápe:
«La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta» (1 Cor 13,4-7).

Non possiamo percorrere in modo dettagliata il commento che il Papa ci offre e che affido a una vostra lettura e meditazione, a una vostra ripresa, magari anche come coppia in famiglia: certo queste pagine ci restituiscono un’immagine realistica e alta dell’amore, e aiutano a comprendere che la carità coniugale, grazia propria del sacramento nuziale, non è altro che l’amore umano santificato, arricchito e illuminato dalla grazia, dall’amore versato in noi dallo Spirito Santo. Allo stesso tempo, diventa evidente che «il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (F.C. 90)» (A.L. 122), e che la più alta e matura forma di amicizia e di affetto è l’amore coniugale, che porta inscritta, nella sua stessa matura l’apertura al definitivo, al “per sempre”.
Un tale amore è l’anima del matrimonio, e proprio l’impegno nel matrimonio diventa custodia e fattore di crescita dell’amore autentico, come donazione totale e irrevocabile, che apporta un bene a tutta la società:
«Voglio dire ai giovani che nulla di tutto questo viene pregiudicato quando l’amore assume la modalità dell’istituzione matrimoniale. L’unione trova in tale istituzione il modo di incanalare la sua stabilità e la sua crescita reale e concreta. (…) Il matrimonio come istituzione sociale è protezione e strumento per l’impegno reciproco, per la maturazione dell’amore, perché la decisione per l’altro cresca in solidità, concretezza e profondità, e al tempo stesso perché possa compiere la sua missione nella società. Perciò il matrimonio va oltre ogni moda passeggera e persiste. La sua essenza è radicata nella natura stessa della persona umana e del suo carattere sociale» (A.L. 131).
Prima di mettere in luce le caratteristiche e le dimensione dell’amore, così come sono tratteggiate da San Paolo e così come sono evidenziate dal commento del Papa, è bene richiamare un punto essenziale, che ha delle ricadute molto concrete nell’esperienza affettiva e matrimoniale: occorre superare l’opposizione tra eros e agape, due parole greche che indicano due modi di amare diversi, ma devono andare insieme e svilupparsi insieme. Qui mi permetto solo di riprendere alcune riflessioni davvero illuminanti di Benedetto XVI, nella sua prima enciclica Deus caritas est (cfr. 2-8), dove il Papa teologo ci aiuta a recuperare una visione integrale dell’amore, che ha in sé un duplice movimento, di conquista e di dono, di passione e di gratuità, di bene per sé e per l’altro.
«3. All’amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano, l’antica Grecia ha dato il nome di eros. Diciamo già in anticipo che l’Antico Testamento greco usa solo due volte la parola eros, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle tre parole greche relative all’amore — eros, philia (amore di amicizia) e agape — gli scritti neotestamentari privilegiano l’ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini. Quanto all’amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova visione dell’amore che si esprime attraverso la parola agape, denota indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio a riguardo della comprensione dell’amore. Nella critica al cristianesimo che si è sviluppata con crescente radicalità a partire dall’illuminismo, questa novità è stata valutata in modo assolutamente negativo. Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all’eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio. Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?
4. Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l’eros? Guardiamo al mondo pre-cristiano. I greci — senz’altro in analogia con altre culture — hanno visto nell’eros innanzitutto l’ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una “pazzia divina” che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. (…) Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione “sacra” che fioriva in molti templi. L’eros venne quindi celebrato come forza divina, come comunione col Divino. (…)
5. Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezione dell’eros nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l’amore e il Divino esiste una qualche relazione: l’amore promette infinità, eternità — una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall’istinto. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. Questo non è rifiuto dell’eros, non è il suo “avvelenamento”, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza. (…)
Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros degradato a puro “sesso” diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell’uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L’apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l’uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l’eros vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.
7. Le nostre riflessioni, inizialmente piuttosto filosofiche, sull’essenza dell’amore ci hanno ora condotto per interiore dinamica fino alla fede biblica. All’inizio si è posta la questione se i diversi, anzi opposti, significati della parola amore sottintendessero una qualche unità profonda o se invece dovessero restare slegati, l’uno accanto all’altro. Soprattutto, però, è emersa la questione se il messaggio sull’amore, a noi annunciato dalla Bibbia e dalla Tradizione della Chiesa, avesse qualcosa a che fare con la comune esperienza umana dell’amore o non si opponesse piuttosto ad essa. A tal proposito, ci siamo imbattuti nelle due parole fondamentali: eros come termine per significare l’amore “mondano” e agape come espressione per l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato. Le due concezioni vengono spesso contrapposte come amore “ascendente” e amore “discendente”. Vi sono altre classificazioni affini, come per esempio la distinzione tra amore possessivo e amore oblativo (amor concupiscentiae – amor benevolentiae), alla quale a volte viene aggiunto anche l’amore che mira al proprio tornaconto.
Nel dibattito filosofico e teologico queste distinzioni spesso sono state radicalizzate fino al punto di porle tra loro in contrapposizione: tipicamente cristiano sarebbe l’amore discendente, oblativo, l’agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall’amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall’eros. Se si volesse portare all’estremo questa antitesi, l’essenza del cristianesimo risulterebbe disarticolata dalle fondamentali relazioni vitali dell’esistere umano e costituirebbe un mondo a sé, da ritenere forse ammirevole, ma decisamente tagliato fuori dal complesso dell’esistenza umana. In realtà eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere. Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà “esserci per” l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. (…) ».
Già queste riflessioni sulla duplice dinamica di eros e agape fanno comprendere la ricchezza che appartiene all’esperienza del vostro amore, al cammino necessario per integrare le due dimensioni di soddisfazione per sé e di dono all’altro che appartengono al vissuto affettivo e sessuale, e soprattutto mostrano come l’amore, nella sua pienezza, non è una pura spontaneità, richiede un lavoro, una vera e propria ascesi, attraverso continue purificazioni.
Nel dialogo potremo provare a leggere in noi la corrispondenza di questo cammino qui prospettato.

Ora, se proviamo a sintetizzare le caratteristiche dell’amore agapico, che dovrebbe assumere e trasfigurare anche l’amore erotico, così come presenti nel testo paolino, possiamo cogliere una grande e ampia gamma di sfumature, con implicazioni quotidiane nel vissuto di una coppia e di una famiglia.
• È un amore paziente, che suppone un animo grande e non meschino, che sa far spazio all’altro, con un senso di profonda compassione e che accetta l’altro, anche quando agisce in modo diverso da quello che uno avrebbe desiderato o atteso (A.L. 93).
• È un amore benevolo, che vuole e promuove il bene, in forma dinamica e creativa (A.L. 94).
• È un amore che rifiuta l’invidia, che il provare dispiacere per il bene dell’altro: un’invidia che porta a centrarsi su di sé (A.L. 95-96).
• È un amore che non si vanta, che non vuole mostrarsi superiore all’altro e non si gonfia, non è arrogante: in questo senso l’umiltà come vera conoscenza di sé e dei propri limiti, è parte dell’amore (A.L. 97-98).
• È un amore che si rende amabile, e perciò non opera in maniera rude, scortese, non è duro nel tratto: soprattutto cerca di non far soffrire l’altro; un amore così nasce da uno sguardo amabile, che va oltre i limiti e i difetti dell’altro (A.L. 99-100).
• È un amore che non cerca il proprio interesse, non persegue ciò che è suo, capace di un distacco generoso: è proprio della carità voler amare piuttosto che voler essere amati (A.L. 101-102).
• È un amore che non si adira, non si lascia vincere e trasportare da una reazione d’indignazione aggressiva: da qui l’importanza del saper fare pace in famiglia (A.L. 103-104).
• È un amore che non tiene conto del male subìto, che non nutre il rancore, permettendo a questo sentimento di crescere e di radicarsi: qui si apre lo spazio per il perdono, dove occorre un cammino. Saper perdonarsi per perdonare e sapersi perdonati da Dio (A.L. 105-108).
• È un amore che non gode dell’ingiustizia, ma si compiace e si rallegra della verità, del bene dell’altra persona, delle sue qualità e delle sue buone opere: tutto ciò è fonte di gioia (A.L. 109-110).
• È un amore che tutto scusa, che sa mantenere il silenzio circa il negativo presente nell’altro, che evita la condanna implacabile, e perciò respinge la diffamazione, il parlare male dei difetti e dei peccati altrui: non perde mai la coscienza che i peccati e i difetti non sono il tutto della persona amata (A.L. 111-113).
• È un amore che tutto crede, che ha fiducia, condizione essenziale per una relazione di libertà, fatta di sincerità e di trasparenza, senza l’ossessione di un continuo controllo (A.L. 114-115).
• È un amore che tutto spera, perché sa che l’altro può cambiare, che ci sono sempre potenzialità nascoste (A.L. 116-117).
• È un amore che tutto sopporta, con spirito positivo, che sa vivere una resistenza dinamica e costante che va oltre una semplice rassegnazione (A.L. 118-119).
Potremo quasi spaventarci davanti a questo “elenco” di caratteristiche dell’amore: chi di noi, chi di voi può dire di viverle e di realizzarle tutte?
Non dimentichiamo che alla radice c’è il dono di un amore che ci precede: l’agape è di Dio ed è da Dio, è Dio che ama così, e questo amore con tutte le sue sfumature lo possiamo vedere e riconoscere in Gesù Cristo. Diventa nostro, in un cammino sempre aperto, per partecipazione, per il dono che egli fa del suo Spirito, effuso nei nostri cuori: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

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