Veni Columba Mea

Il profilo delle montagne si stagliava tutto intorno facendo cornice all’orizzonte.
Veramente non erano alte montagne, ma piuttosto colline ricoperte abbondantemente di scuri boschi e di prati più chiari, sparsi qua e là.
Da un lato, nell’incontro di due valli, c’era una radura più verde delle altre, forse perché ancora raggiunta dagli ultimi raggi del sole al tramonto.
“Lì si potrebbe giocare al Paradiso Terrestre”
Pensò lei, fissando la sua attenzione su quella macchia luminosa di verde.
“Da lì si potrebbe ricominciare la storia degli uomini, la nostra storia, scacciando subito il serpente, ed evitare il peccato e tutto il dolore e il sangue che hanno poi riempito la terra!
Si sarebbe potuto fare a meno, così, della redenzione, della passione e morte di Cristo, con il cumulo delle sue sofferenze…”
“E anche della sua resurrezione?”
Chiese lui che, senza farsi sentire, era venuto a sedersi accanto a lei sull’erba verde, come facevano nei giovani giorni del loro amore.
“No, non è più possibile farne a meno!
Come potremmo pensare alla nostra vita eterna se non avessimo visto Cristo risorto, che cammina accanto ai suoi amici, mangia con loro, si fa guardare dai loro occhi e toccare dalle loro mani per vincere ogni diffidenza e paura?
Così sarà per noi, così è già sulla terra per chi sa vedere con gli occhi della fede.
Vorrei tanto che tu ne fossi capace, non saresti più triste!”
“ Non è facile” sospirò lei “siamo così abituati a credere solo a ciò che si vede, proprio come ha detto S. Tommaso : se non vedo…”
“Senti allora che cosa dice S. Ambrogio” recitò lui “Non credere solamente agli occhi del corpo. Si vede meglio l’invisibile, perché quello che si vede è temporale, invece quello che non si vede è eterno. E l’eterno si percepisce meglio con lo spirito e l’intelligenza che con gli occhi.”
“E’ vero” ammise lei “però non ti sembra che qui siamo di fronte ad un paradosso: si screditano gli occhi, che sono fatti per vedere, e si chiede di dare fiducia solo allo spirito e all’intelligenza, che senza dubbio sapranno più cose degli occhi, ma non danno a noi la stessa immediatezza di conoscenza, non è una prova da poco riuscire ad accettarlo!”
“Non è una prova da poco” ammise lui “ma è la prova che sta alla base della vita spirituale di ogni uomo.
Nel bel mezzo del Paradiso Terrestre, tra le piante ricche di frutti e le erbe verdi che ti facevano sognare, i nostri progenitori si sono fidati solo di sé, dei loro sensi, hanno conosciuto la prova e sono caduti…
Credi tu che noi saremmo stati migliori di loro?”
“Non so, forse no” rispose lei “però mi sembra che io non ti avrei messo nei guai, come ha fatto Eva, e tu non ti saresti lasciato trascinare tanto facilmente da me, avresti dimostrato un po’ più di carattere…
Mi spiace proprio pensare che la prima coppia si sia dimostrata così meschina!
Forse per questo ha perso di credibilità il matrimonio e per tanto tempo è stato guardato con sospetto.
Se questo è l’aiuto che gli sposi dovevano darsi…”
Ma lui era più comprensivo:
“Probabilmente si sono perdonati in fretta a vicenda perché subito dopo hanno fatto un figlio!”
Il pensiero di Caino, però, non era di quelli che lasciano tranquilli.
Anche lì c’era poco da stare allegri!
Ma perché tutte queste ombre nascondono così spesso la luce?
Lui taceva: evidentemente non era ancora possibile avere una risposta.
Ci fu silenzio, ma era un silenzio buono, pieno di attesa e di promessa di consolazione.

Non si può scegliere la nostra prova, solo fidarsi e credere che non durerà in eterno e ci aiuterà a crescere.
La tristezza sarà cambiata in gioia e nessuno ce la toglierà, come accade alla donna che, nella sofferenza, ha partorito un figlio.
Il primo passo è riconoscere la nostra prova ed accettarla, si può arrivare anche ad amarla.
Lei non si sentiva ancora pronta ad accettare la prova della solitudine, che la tormentava, quella “beata solitudo, sola beatitudo” dei Padri le sembrava in opposizione alle parole di Dio nella Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo” (e anche la donna), mentre rimaneva ostinatamente presente la domanda essenziale: “Che cosa dà consistenza alla mia vita solitaria?”
“L’amore di Dio presente”disse severo lui, che conosceva i suoi pensieri “e il mio amore, che è il mezzo con cui Dio si è manifestato e comunicato a te.
Vorresti mettere in questione o rinnegare questi due elementi basilari della nostra storia?
Non puoi farlo se vuoi essere onesta.”
La loro storia!
Un insieme di casi fortuiti, di circostanze impreviste, che, sommandosi, si erano rivelati poi determinanti ed essenziali.
Ripercorrere il proprio cammino è scoprire che si è stati guidati, in modo misterioso e sapiente verso una pienezza insperata di doni!
Certo, si poteva fare meglio!
“Si può fare meglio” replicò lui con forza “Non è più tempo di rimpianti: ora si deve semplicemente, coraggiosamente vivere la nostra prova.
Sai che cosa facevano gli antichi Germani e, in genere, i popoli nomadi, quando si preparavano per un viaggio che li avrebbe portato verso una nuova patria?
Bruciavano dietro a sé le loro case e i loro raccolti, per evitare che li prendesse il desiderio del ritorno e li facesse rinunciare alla nuova spedizione!”
“Sarà stata una strategia necessaria” fece lei dubbiosa “ma anche molto barbara, e poi non è vero che bruciassero tutti i loro raccolti, quelli che potevano li portavano con sé per avere di che nutrirsi almeno nei primi tempi del loro viaggio.
Io non brucerei mai il mio passato, ma se c’è una provvidenzialità nella sua fine almeno mi fermerei a raccogliere tutto quello di buono che mi ha dato per il futuro.”
“D’accordo, guarda come niente va perduto del bene passato, anche a nostra insaputa !” disse lui.
Videro nel mezzo di un prato una grande quercia.
La sua chioma folta copriva d’ombra il terreno intorno, mentre i rami più alti giocavano con il sole.
Sembrava carica d’anni, la corteccia rugosa portava i segni di intemperie e di ferite, ma il portamento era forte e vigoroso.
“Guarda!”disse ancora lui:
A terra, per lungo tratto, erano cadute le sue ghiande e si erano allegramente sistemate nell’erba.
Col tempo alcune si erano impiantate nel suolo e, con l’aiuto della pioggia, si erano fatta strada fino a conficcarsi saldamente nel terreno.
Da lì si vedevano spuntare qua e là, tra l’erba, delle giovani pianticelle, le cui foglie, teneramente verdi ed elegantemente frastagliate, ripetevano il profilo di quelle della pianta madre, richiamandone la provenienza.
Quante piccole querce si svilupperanno dai semi di una vita feconda?
Si domandava lei sorridendo delle sue preoccupazioni.
Non saremo noi, per ora, a saperlo, forse ci sarà poi un riconoscimento d’amore tra tutti gli uomini legati misteriosamente da un’unica linfa!
Sul prato saltellavano e becchettavano dei magnifici uccelli, che poi svolazzavano tra i rami e, da una impalcatura all’altra, arrivavano a raggiungere la libera cima dell’ albero da dove volavano scomparendo nel cielo.
“Ecco” disse lui“partiamo tutti dalla terra, che ci nutre e ci sostiene con magnifici fiori ed erba e poi siamo chiamati alla libertà del cielo.
Non ci rendiamo conto che abbiamo le ali e perciò non siamo destinati a saltellare sempre sulla terra, anche se questa ci può incantare.”
Guardando bene videro che quegli uccelli felici, che spiccavano il volo dopo essere saliti di ramo in ramo, erano sempre in coppia e se qualcuno si attardava nella salita l’altro si fermava ad aspettarlo e lo richiamava con insistenza in diversi modi.
Ogni coppia aveva un suo richiamo particolare che la distingueva da tutte le altre: a volte era leggero quasi sussurrato, a volte gridato e imperioso, a volte simile a un dolce lamento a cui l’altro era chiamato a rispondere.
Sull’estremità di un ramo, un po’ discosto dagli altri, quasi in bilico tra il legno della pianta ed il cielo, se ne stava una tortora dal mantello rosa e tubava dolcemente come in attesa di un richiamo.
Ogni tanto si alzava sulle zampette e apriva le ali come per prendere il volo, ma poi ricadeva nella posizione di prima, lisciandosi rassegnata le penne.
Quella tortora attirava l‘attenzione di lei, con un misto di simpatia e di compassione, forse perché era abituata a vederne una coppia posata stabilmente sull’antenna della televisione sul tetto della sua casa, perciò quella solitaria le sembrava fuori posto mentre si guardava intorno inquieta, con il suo piccolo occhio rotondo.
“Ti stai preoccupando inutilmente” disse lui “ora il sole se ne va, lasciando in ombra le cime dell’albero e anche i suoi abitanti, che si ritireranno a dormire in qualche nascondiglio tra le foglie.
Domani, all’alba, vedrai, troveranno la loro strada e voleranno insieme verso il cielo.”

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