Verso la risurrezione

Questa volta si parla di una relazione di coppia un po’ diversa dal comune.
Non è dipeso dai due incontrarsi e scoprirsi coppia, non è dipeso dai due il percorso del loro matrimonio, vissuto in modo più o meno fedele alla chiamata, e tanto meno il brusco intervento della morte che li ha, in apparenza, divisi, prendendosi lui.
Ma si può dividere la carne dell’uno da quella dell’altro, le ossa dell’uno da quelle dell’altro?
Si può separare quello che Dio ha unito?
Certamente no, perciò, davanti a un evento così sconcertante, si deve rimettere tutto in gioco, ripensare la nuova situazione, senza fare troppo conto dei rimedi e delle soluzioni proposte in tali circostanze dalla tradizione e dal buon senso comune.
Queste vengono offerte un po’ per compassione, un po’ per abitudine, certo con buona intenzione, ma sostanzialmente fanno riferimento ad un inevitabile atteggiamento di rassegnazione.
Ora la parola “rassegnazione” suona inaccettabile e perfino offensiva, alle orecchie di lei e a chiunque crede in una gestione paterna della vita da parte di un Dio buono ed amico.
“Sia fatta la tua volontà” dovrebbe potersi dire non a denti stretti o con un senso di fatalismo, ma sottintendendo un pensiero gioioso: “tanto so che è per il nostro bene!”.
Non è facile, subito non riesce e neanche del tutto dopo, ma ci si dovrebbe poter muovere in questo senso.
Per questo il lavoro di lei è consistito inizialmente nel prendere le distanze da quei luoghi comuni che non riusciva a condividere.
Ecco qui quelli maggiormente ricorrenti:
Ora lui non ha più bisogno di niente perché è beato.
Il corpo è morto ma la sua anima vive n cielo.
In cielo ci si ama tutti come fratelli e sorelle.
I nostri morti vivono nel nostro ricordo.
Passa l’illusione di questo mondo.
Tutto il bagaglio culturale espresso in queste frasi ed altre simili scende sul capo della persona che si vorrebbe consolare e la imprigiona in una rete di pensieri negativi e soffocanti.
Bisogna riuscire a spezzare questa rete e trovare l’apertura necessaria perché si possa respirare e vedere all’orizzonte un barlume di luce e di speranza.
E la speranza deve essere fondata su buone basi, essere, in qualche modo, sperimentabile, illuminare un cammino di cui si intravede la meta, tendere ad un compimento.
La speranza nella vita eterna e nell’al di là non può reggere se non si sa assolutamente di che cosa si sta parlando.
E’ vero, il nostro capire è limitato, le nostre parole hanno un suono strano e diverso se si riferiscono a un mondo che non conosciamo e non abbiamo mai visto.
Nessuno è mai venuto a darcene notizie, dopo esserci stato.
Nessuno?
Allora non so perché ci facciamo chiamare cristiani, se non crediamo che Cristo ha fatto proprio questo: è venuto a parlarci del cielo, Lui che dal cielo veniva.
Non solo, ci ha fatto anche vedere come si fa a morire e a risorgere e ci ha chiesto di rimanere in Lui, per essere con Lui dove è Lui.
Storicamente però il dramma della sua morte e risurrezione si è svolto in tre giorni.
Per noi è molto diverso.
Dopo tre giorni Lui è risorto.
E noi quando risorgeremo?
Questa è una domanda che sembra inopportuna e ha fatto alzare un sopracciglio a qualche ecclesiastico a cui è stata rivolta: non si possono sapere queste cose, bisogna fidarsi di Dio!
Certo, ma quando la persona che se ne è andata fa parte di una coppia, la domanda è plausibile, perché si tratta di una unità ontologica spezzata in modo innaturale.
Inoltre non è solo questione di tempo ( c’è il tempo nell’eternità? In qualche modo ci deve pur essere se lì ci sono gli uomini e l’Uomo per eccellenza: Gesù Cristo), la questione cruciale è quella del corpo.
Attraverso il corpo l’uomo (e la coppia), si individua ed esprime.
Non conosciamo altro mezzo per essere noi stessi se non attraverso il corpo, anche se è la componente più materiale e caduca del nostro io.
L’uomo è sempre una inseparabile unità di spirito e di corpo, in ognuna delle sue attività, anche le più spirituali, con cui realizza se stesso e comunica con gli altri.
La mancanza del corpo pone dunque un inquietante interrogativo per chi si vuole mantenere in relazione con l’altro.
L’ “animula vagula blandula” di Adriano, lo spirito evanescente e impassibile dei filosofi, non può in alcun modo rappresentare l’altro in una coppia , anche in una situazione di temporaneo distacco.
Più soddisfacente si presenta allora l’idea di una risurrezione immediata, in modo a noi misterioso, dell’uomo completo, anima e corpo, al momento stesso della sua morte, che garantirebbe la sopravvivenza di tutto il suo essere, riconoscibile nella sua identità naturale, psicologica e sessuale.
L’ipotesi di una risurrezione individuale al momento della morte, che non dovrebbe aspettare la fine del mondo per realizzarsi, ma la preparerebbe, fino a quando  tutti saranno ricapitolati in Cristo, è davvero suggestiva.
L’abbiamo trovata in alcuni autori che hanno aperto un dibattito sulla questione dello “stato intermedio”, su cui è possibile discutere “dato che non pochi ritengono che non siano qui in gioco verità fondamentali attestate dalle scritture o dal precedente magistero.” (Gianni Colzani – La tenda di argilla e il corpo glorioso)
Potrebbe così svilupparsi, senza interruzione, la creazione originaria, continuamente aperta, che fa passare l’uomo da Adamo a Cristo, introducendolo in un tempo trasfigurato, con un corpo trasfigurato, come quello appunto di Cristo, nella gloria di Dio, che non è il Dio dei morti, ma dei  viventi.
In questa ottica è possibile intrattenere un rapporto con l’altro in cielo, benché misterioso e garantito solo dalla fede, ma reale e fondato sulla promessa di fedeltà nella alleanza che Dio ha fatto con l’uomo e che i due sposi stessi si sono scambiati.
Diventa in qualche modo possibile, sperimentabile, una comunione di vita nella preghiera, in particolare in quella eucaristica, e la collaborazione per una crescita che trascenda i limiti del mondo presente per aprirsi ad una inesauribile ricerca di perfezione e d compimento.
La vita trasfigurata dell’uno si riflette in quella dell’altro, che sta percorrendo su questa terra la stessa via nell’oscurità della fede, perché “camminiamo nella fede e non ancora in visione”, ma si sente sorretto, protetto e confortato da quella presenza che riconosce come reale e attiva vicino a sé. Sapersi una coppia “in via di risurrezione” dà forza e illumina di una luce nuova anche le realtà terrene, che non sono illusioni di un mondo che passa, ma luogo dove ci si prepara a quella trasfigurazione gloriosa che è opera dello Spirito:
Dice  Teilhard de Chardin: “Le realtà terrestri vanno curate e perfezionate perché servono a costruire il mondo futuro.”
Certamente il Signore farà cieli nuovi e terre nuove, ma questi cieli e queste terre possiamo fin d’ora prepararli anche noi, come i nostri corpi, in attesa della rivelazione di quelle meraviglie che Dio ha predisposto per noi dall’eternità.
La trasformazione di un corpo psichico in un corpo pneumatico può iniziare già ora a tanti livelli.
Ne abbiamo la dimostrazione nella esperienza dei santi, che hanno mortificato, consumato, si può dire, ciò che era in loro puramente carnale per essere pronti a passare alla vita eterna attraverso la beata apertura delle morte.
Ci piace concludere con una bella pagina scritta da Ladislaus Boros., in un suo libro dal titolo significativo: “Noi siamo il futuro”.
“ Queste osservazioni sulla presenza di un morto nell’amore di un vivente potranno forse sembrare a qualcuno riflessioni soggettive.
Ma proprio in forza della loro soggettività esse possiedono una forza argomentativa oggettivo-esistenziale di inaudita suggestione.
L’esperienza descritta si compie in uno “spazio interiore dell’amore”.
Questa sfera di conoscenza ha ben poco in comune con quella conoscenza cosiddetta oggettivabile, che esercitiamo tutti i giorni e che si documenta sul piano di misurazioni e chiavi logiche.
Essa non è però meno un luogo del conoscere reale.
La struttura di questa conoscenza soggettiva, che raggiunge tuttavia la realtà dell’essere, si potrebbe così abbozzare: l’amante coglie la propria esistenza come co-esistenza, qui egli conosce la presenza del tu amato in se stesso (e cioè quale fondamento e condizione della possibilità della sua propria esistenza); in questa conoscenza l’essere dell’altro viene posto ed affermato con la stessa decisione con la quale si pone e si afferma il proprio essere.
Questa comprensione interiore dell’essenza e del destino di un essere estraneo ha una struttura che ci permette di passare dall’amore per un defunto alla sua presenza e perciò anche alla sua sopravvivenza (e questo con la stessa sicurezza che è insita nell’esperire e nel comprendere il proprio essere).
In ogni amore vissuto sinceramente è così posta, affermata e inclusa la stessa immortalità.
La vissuta intersoggettività tra un vivente e il defunto da lui amato, il cui essere è nascosto nel mistero, illumina l’esistere di ambedue…
Nella luce che fluisce nel mondo dal defunto amato il vivente scorge la gloria di un mondo futuro, capisce profondamente la sua propria speranza, sperimenta la vicinanza di Dio, nella cui misericordia ed amore è mantenuto eternamente in vita chi è partito.”

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